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Quando il cervo “rosso” è arancione: piccole lezioni di precisione cromatica in seconda primaria

C’è un momento, nell’insegnamento, in cui realizzi che la logica ferrea dei bambini è insieme la tua migliore alleata e la tua nemesi più temibile.

Quel momento per me è arrivato durante una tranquilla lezione di inglese in seconda primaria, davanti a due pagine illustrate sugli animali dei parchi londinesi. Tutto procedeva secondo i piani: il libro mostrava un magnifico esemplare di big red deer, io traducevo con sicurezza “grande cervo rosso”, i bambini annuivano interessati. Un successo didattico a portata di mano.

Fino a quando una vocina cristallina ha rotto l’incanto: “Ma non ha il naso rosso”.

Pausa. Respiro. Modalità-spiegazione-paziente attivata: “No, tesoro, il rosso si riferisce al colore del manto, del pelo”.

Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto ricordare che i bambini di seconda primaria hanno una precisione cromatica calibrata rigorosamente sulla scatola dei pennarelli Giotto. E infatti, il contrattacco non si è fatto attendere: “Ma non è rosso, è arancione”.

Silenzio in aula. Guardo il cervo illustrato. Guardo i loro occhi interrogativi. Hanno ragione. Tecnicamente, oggettivamente, cromaticamente parlando: hanno ragione. Quel pelo non è rosso come il loro pennarello rosso. È… beh, è fulvo.

Ed eccomi qui, davanti a una classe di settenne, a chiedermi come spiegare l’esistenza di un colore che:

  • Non esiste nella loro tavolozza di riferimento
  • Ha un nome che probabilmente non hanno mai sentito
  • Si applica quasi esclusivamente a pelo animale e capelli umani
  • Si colloca in quella terra di nessuno tra il biondo e il rosso chiaro che nemmeno gli adulti sanno descrivere bene

Come spieghi che “rosso”, quando parliamo di cervi, volpi o capelli, non significa rosso-rosso ma una gradazione che va dal castano ramato al biondo aranciato? Che l’inglese red fa lo stesso gioco linguistico? Che esistono convenzioni cromatiche storiche che precedono i pennarelli Giotto di qualche secolo?

Il punto è che i bambini hanno uno straordinario superpotere: l’osservazione priva di filtri culturali. Non hanno ancora assorbito tutte quelle convenzioni linguistiche che noi adulti diamo per scontate. Per loro, rosso è rosso. Punto. Se dici che il cervo è rosso, dovrebbe essere rosso come il semaforo, come le fragole, come il pennarello nella loro astuccio.

La loro “imprecisione” è in realtà una precisione diversa, più aderente al mondo visivo che a quello delle convenzioni. E mi trovo a dovergli spiegare che sì, hanno ragione, ma anche no. Che il linguaggio a volte prende scorciatoie. Che “fulvo” esiste ma quasi nessuno lo usa. Che dire “cervo rosso” è più semplice anche se cromaticamente inesatto.

Alla fine, quella lezione di inglese sugli animali dei parchi londinesi mi ha lasciato con più domande che risposte:

  • A che età introduciamo le sfumature cromatiche oltre i colori base?
  • Vale la pena insegnare parole come “fulvo” in seconda primaria o rischiamo solo di confonderli?
  • Come bilanciamo la precisione scientifica con la semplificazione didattica?
  • E soprattutto: come faccio a spiegare che anche gli adulti, quando vedono una persona dai “capelli rossi”, non si aspettano letteralmente una chioma color semaforo?

Per ora, ho optato per la via intermedia: “Avete ragione, è più arancione che rosso. Ma quando parliamo di animali e capelli, ‘rosso’ è la parola che usiamo anche per questo colore qui. Esiste anche la parola ‘fulvo’, se volete saperlo”.

Risultato? Tre bambini che ora usano “fulvo” per descrivere qualsiasi cosa vagamente sul giallo-arancione, compresa la pasta al pomodoro della mensa.

Missione compiuta?

Lo sapremo nelle prossime lezioni

La vostra

Maestra Imperfetta

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La fisica che Non ci piace

Mi reputo garantista, o almeno ci provo. Applicare la presunzione di innocenza è difficile, e non sempre ci riesco perfettamente — a volte, decisamente meno bene. Ma ci provo.

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere qua e là alcune notizie riguardanti la dichiarazione di un ex studente di Vincenzo Schettini, il famoso professore de La Fisica che ci Piace. Uno studente anonimo che raccontava fatti capaci di mettere il professore in cattiva luce agli occhi di chiunque non abbia deciso di spegnere il buon senso in favore di una più comoda tifoseria ultras da stadio.

Sia chiaro: Schettini non mi è mai stato antipatico. Anzi, trovavo genuinamente bello il suo approccio — spiegare la fisica della friggitrice ad aria, sgusciare le uova sode senza ridurle a superficie lunare, rendere accessibile qualcosa che per molti è stato un incubo scolastico. Uno studente anonimo tra tanti, mi sono detta, non fa certo testo. E così avevo messo la faccenda da parte.

Poi ho visto il video di Matteo Flora.

Il suo Ciao Internet — che vi lascio in fondo all’articolo, attenzione: dura un’ora e qualcosa — non è un processo a Schettini. Flora non è il tipo da processi sommari, e chi lo conosce lo sa: è una di quelle persone capaci di parlare di cose complesse con una calma quasi disarmante, senza urla, senza sentenze, con una professionalità che fa quasi contrasto con i toni a cui internet ci ha abituati. Il suo video è invece qualcosa di più interessante e, in un certo senso, più utile: un manuale su come non gestire una crisi reputazionale.

Ed è guardando quel manuale — costruito analizzando video e interviste dello stesso Schettini — che la faccenda ha smesso di essere archiviabile come “gossip da internet”. Perché quello che emerge non sono accuse esterne, non sono ricostruzioni di parte: sono ammissioni dirette, raccontate dallo stesso protagonista con il tono leggero dell’aneddoto da bar, di comportamenti che in qualsiasi contesto scolastico degno di questo nome varrebbero, come minimo, una sanzione disciplinare.

E qui il garantismo inizia a fare i conti con sé stesso.

Perché una cosa è sospendere il giudizio in attesa di prove. Un’altra è ignorare quello che qualcuno racconta di sé stesso, con la propria voce, sorridendo. A quel punto non stiamo più parlando di presunzione di innocenza — stiamo parlando di scegliere deliberatamente di non vedere, perché il personaggio ci piace, perché ci ha spiegato bene la termodinamica, perché è simpatico.

Ed è esattamente quella la tifoseria da stadio di cui parlavo prima. Quella che trasforma il tifo in paraocchi e il paraocchi in complicità silenziosa.

Non sto chiedendo di bruciare nessuno. Sto chiedendo di guardare, e di non fingere di non aver visto.

Per chi non avesse il tempo o la voglia di sorbirsi un’ora di video — e capisco, non tutti abbiamo quella pazienza — basterà sapere qualche dettaglio concreto. Perché Flora non costruisce il suo ragionamento sul sentito dire o sulle testimonianze di terzi: usa Schettini stesso, le sue parole, il suo viso, la sua voce.

Schettini ammette, con la naturalezza di chi racconta una trovata brillante, di aver fatto dirette live invitando i propri studenti a guardarle il pomeriggio — il martedì, se ricordo bene — con una motivazione molto semplice e molto problematica: chi guardava la live veniva interrogato, oppure poteva partecipare a veri e propri giochi a premi, dove postare la risposta corretta in chat valeva un punto o due in più per la verifica successiva o in alcuni casi addirittura un 8 sul registro.

Mettiamo da parte per un momento qualsiasi giudizio su Schettini come persona. Concentriamoci sul meccanismo: stiamo parlando di un insegnante che condiziona la valutazione scolastica — che dovrebbe misurare la preparazione di uno studente — alla partecipazione a contenuti extra-scolastici, su piattaforme private, nel tempo libero dei ragazzi. Tempo libero che non è uguale per tutti: c’è chi ha il pomeriggio libero e chi no, chi ha una connessione stabile e chi no, chi vive in una famiglia che supporta queste cose e chi vive in una situazione più complicata.

La valutazione scolastica viene ridotta a quiz televisivo anni ’80, con punti in più per le verifiche e voti sul registro: genitori contenti e studenti sotto ricatto — subdolo, perché c’è un’asimmetria chiara e palese di cui non si deve mai e poi mai abusare, per ovvie ragioni morali oltre che legali.

Non è una trovata creativa. È una pressione. E in bocca a qualcuno che ha costruito la propria immagine pubblica sull’essere il prof diverso, quello che ama davvero i ragazzi, suona ancora più stonata.

E come ha risposto Schettini a tutto questo? Non con una riflessione, non con quelle scuse che noi insegnanti — perché di questo si tratta, di un insegnante — chiediamo ogni giorno ai nostri studenti quando sbagliano. Niente di tutto ciò.

La risposta è stata un combinato disposto piuttosto classico per chi gestisce male una crisi reputazionale: gaslighting, vittimismo e cambio di tema.

Il gaslighting prima di tutto: mettere in dubbio la percezione di chi guarda, far sembrare che il problema non esista o che chi lo solleva stia esagerando, interpretando male, strumentalizzando. Quella sensazione sottile ma precisa che ti fa chiedere ma sto vedendo davvero quello che penso di stare vedendo? — e che è particolarmente efficace quando il personaggio in questione gode di una fanbase affezionata e pronta a fare da cassa di risonanza.

Poi il vittimismo. E qui arriviamo al punto più delicato, quello su cui vale la pena essere molto chiari: Schettini ha agganciato la propria difesa alla sua omosessualità, lasciando intendere che gli attacchi nei suoi confronti fossero in qualche modo legati al suo orientamento sessuale.

No.

Caro Vincenzo, l’orientamento sessuale non c’entra nulla. Proprio nulla. Gli stronzi — e uso il termine con cognizione di causa e senza particolare animosità — sono distribuiti in modo perfettamente democratico tra etero, gay, bisessuali, uomini, donne, credenti e atei. Nessuna categoria è immune, nessuna categoria è più rappresentata. Usare la propria identità come scudo per non rispondere di comportamenti professionalmente discutibili non è solo scorretto: è anche un danno collaterale per tutte le persone LGBTQ+ che quella stessa identità la portano con integrità, senza farne una moneta di scambio.

Le scuse si chiedono. Sempre. Le chiediamo ai nostri studenti quando fanno un torto a un compagno, le chiediamo quando copiano, quando mancano di rispetto. Un insegnante che non sa chiedere scusa non sta solo gestendo male una crisi di comunicazione: sta dando una lezione. Solo che non è quella che crede di stare dando.

Ma fermiamoci un momento, perché il problema non sono le scuse. Le scuse sarebbero il minimo, il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Il punto vero è un altro, ed è più scomodo da guardare in faccia.

Stiamo parlando di abuso di posizione. Di quell’asimmetria gerarchica che esiste in ogni rapporto tra insegnante e studente — e che esiste per buone ragioni, non è di per sé il problema — ma che diventa tossica nel momento in cui viene usata come leva. Quando un insegnante condiziona il voto alla partecipazione a una live, non sta facendo una proposta: sta facendo una pressione. E uno studente, per quanto sveglio e consapevole, non è nella posizione di dire no liberamente. Non davvero. Perché dall’altra parte c’è qualcuno che decide se promuoverlo, se interrogarlo, se dargli sei o sette. Il consenso in una relazione asimmetrica non è mai del tutto libero, e chi lavora con i ragazzi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Il punto è la trasparenza nella valutazione. Un voto deve essere leggibile, motivato, riproducibile — deve dire allo studente questo è quello che sai, questo è quello che ti manca. Non può dipendere da chi era online un martedì pomeriggio. La valutazione opaca non è solo pedagogicamente sbagliata: è uno strumento di controllo. E mina alla radice quella fiducia nel processo di apprendimento che dovrebbe essere la cosa più preziosa che un insegnante costruisce con i propri studenti.

E poi c’è la domanda che forse fa più male: perché nessuno ha detto niente? Perché gli studenti non si sono ribellati, non sono andati dal Dirigente, non hanno fatto rumore?

Ci sono due risposte possibili, e forse sono vere entrambe insieme. La prima: non hanno capito che quello che stava succedendo non era normale, non era giusto, non era accettabile. E questo ci dice qualcosa sul lavoro che ancora non facciamo abbastanza — insegnare ai ragazzi a riconoscere quando una relazione educativa ha smesso di tutelarli. La seconda: lo sapevano benissimo, ma erano certi che non sarebbero stati ascoltati. Che il professore famoso, quello con i milioni di follower, quello che porta lustro alla scuola, avrebbe pesato più di loro. E anche questo ci dice qualcosa — su come funziona il potere dentro le istituzioni scolastiche, e su quanto strada abbiamo ancora da fare perché uno studente si senta davvero al sicuro a sollevare la voce.

In entrambi i casi, la responsabilità non è loro.

E qui vale la pena aggiungere un’ultima cosa, perché è quella che probabilmente qualcuno starà già pensando: ma se gli studenti erano contenti? Se qualcuno si è divertito, se qualcuno ha trovato le live coinvolgenti, se non si sono sentiti sotto pressione?

Bene. Ci credo. Probabilmente è andata così per molti di loro.

Ma questo non cambia nulla.

La coercizione non si misura sulla percezione soggettiva di chi la subisce — si misura sulla struttura del meccanismo. Un datore di lavoro che condiziona lo stipendio a comportamenti non previsti dal contratto non smette di essere nel torto solo perché alcuni dipendenti erano entusiasti. Una clausola abusiva non diventa lecita perché qualcuno l’ha firmata senza lamentarsi. Il problema non è nello stato d’animo degli studenti: è nel fatto che il sistema era strutturato in modo da non permettere un rifiuto neutro, senza conseguenze.

Chi non guardava la live perdeva un’opportunità di voto. Punto. Che se ne rendesse conto o meno, che gli pesasse o meno, è un dato umano interessante ma giuridicamente e pedagogicamente irrilevante. Il reato — e uso la parola con consapevolezza — non si annulla perché la vittima non si è sentita tale.

Il danno più grande però non lo ha fatto a sé stesso. Lo ha fatto ai ragazzi cui dice di voler bene — i suoi studenti, i suoi ex studenti. Lo ha fatto a tutti quei ragazzi che non sono mai stati suoi studenti ma che in lui avevano visto qualcosa di raro: un adulto che rendeva la conoscenza desiderabile, un professore che avresti voluto avere. Che si sono ritrovati, invece, a guardare un esempio di come il potere può nascondersi dietro la simpatia.

Lo ha fatto ai colleghi. A tutti noi, di ogni ordine e grado, che ogni giorno proviamo a fare questo lavoro con serietà e che ci ritroviamo, ancora una volta, a fare i conti con un danno di immagine che non abbiamo causato ma che erediteremo comunque. In un momento storico in cui la scuola pubblica è già sotto il mirino di critiche spietate, in cui basta un episodio per alimentare la narrativa che fa più comodo a chi vorrebbe smontarla pezzo per pezzo, un caso come questo non è solo una storia individuale: è benzina su un fuoco già acceso.

E forse — e lo dico con tutto il fastidio di chi detesta dover dare ragione sulle limitazioni dell’espressione libera — forse su una cosa il ministro Valditara aveva ragione: occorre regolamentare l’uso dei social in ambito scolastico. Non per punire chi li usa bene, non per tornare a un’idea di scuola chiusa nel proprio recinto. Ma perché, ancora una volta, l’errore di uno lo paghiamo tutti. E i ragazzi, che non hanno colpa di niente, lo pagano per primi.

Maestra Imperfetta

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Insegnare Matematica: La Meraviglia del Pensiero Diverso

Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.

Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.

Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.

Eppure.

Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.

8/16 di 96.

Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”

Bene. Ottimo. Funziona.

Poi interviene lui.

Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.

Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”

E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”

Ecco, fermati qui.

Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.

Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.

È perché non lo vedo comune.

E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.

Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.

In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.

Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.

Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?

Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.

Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.

Ma poi?

Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.

E quante volte ce l’abbiamo, davvero?

O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.

Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.

E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.

Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.

Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.

Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.

Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.

E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.

Come se fosse un miracolo.

Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…

Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?

O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?

Non lo so.

So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.

O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.

Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.

E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.

Perché lo è.

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Quando il Righello Diventa il Nemico: Cronache di una Battaglia Geometrica

C’è un momento, nella carriera di ogni insegnante di matematica, in cui ti rendi conto che il vero nemico non è la geometria. Non sono i parallelogrammi, non è il teorema di Pitagora, non è nemmeno la temibile divisione a due cifre.
Il vero nemico è un innocuo strumento di plastica lungo trenta centimetri: il righello.


Tutto procede magnificamente. La lezione sui parallelogrammi viaggia che è una meraviglia: spieghi, fai esempi, sfoderi Canva con quella sicurezza di chi sa che le funzioni pro sono gratuite per i docenti (benedetti siano). La classe è attenta, partecipe. Qualche piccolo intoppo qua e là, niente che non si risolva con i nostri ripassi in rosso e verde di lati paralleli, con schemi e diagrammi che farebbero invidia a un manuale di ingegneria.
E poi arriva lui. L’ostacolo. Il sassolino nella scarpa dell’insegnante perfettamente preparato.
Il righello.


Ecco il paradosso che mi tormenta: alcuni bambini userebbero il righello pure per fare pipì bella dritta (e scusate la crudezza, ma rende l’idea), mentre altri – gli stessi che devono disegnare figure geometriche – lo evitano come se scottasse. Anche quando è letteralmente, espressamente, categoricamente, indiscutibilmente obbligatorio.
Le ho provate davvero tutte. O almeno credo.


Tentativo 1: La Fata Madrina


Sorriso bonario, atteggiamento fata madrina, tutta uccellini cinguettanti e voce flautata: “Bambini, ricordiamoci del nostro amico righello, vero? Ci aiuta a fare righe bellissime!”


Risultato: Ignorata olimpicamente.

Tentativo 2: La Spiegazione Razionale
Approccio calibrato sulle loro capacità cognitive (di cui, a volte, ammetto di dubitare): “Ragazzi, capiamo insieme perché il righello è necessario. Si usa per tirare righe dritte e per misurare. Quindi in geometria va usato sempre. SEMPRE.”


Risultato: Annuiscono convinti. Poi prendono in mano la matita e tracciano linee che sembrano elettrocardiogrammi durante un terremoto.


Tentativo 3 L’Imperativo Categorico


Voce ferma, sguardo severo, imperativo categorico: “In geometria la precisione è TUTTO. Chi non usa il righello vedrà abbassarsi i giudizi.”


Risultato: Qualche sussulto di paura, poi tutto come prima.

Maestra Imperfetta

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La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.

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Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

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Pancraziella e l’Intelligenza Artificiale: Cronache dalla Trincea della 2D

Giovedì mattina di Dicembre (si, lo pubblico ora), ore 10 e qualcosa. Entro in 2 durante la ricreazione con quel misto di ottimismo e rassegnazione che caratterizza ogni insegnante che si rispetti. La scena è quella classica: il caos organizzato della pausa, i docenti di sostegno e compresenza che presidiano il territorio, e poi lei, Rosa.

Rosa è una di quelle colleghe che non passano inosservate. Immaginate una strega buona uscita da un romanzo fantasy: cascata di capelli corvini vaporosi, gonne lunghe che sfiorano il pavimento, ciondoli che tintinnano ad ogni movimento, e quegli occhiali che la fanno somigliare a un gufo. Un gufo vigile, attento, a cui – giuro – non sfugge NULLA. Nemmeno il respiro di un alunno dall’altra parte dell’aula.

Quel giorno Rosa stava ultimando i lavoretti natalizi con il DAS. Sì, quei manufatti che io personalmente evito come la peste ma che, in nome della libertà didattica, ciascuno è libero di propinare. Chiamava i bambini uno alla volta per dare il loro “contributo artistico” a non so quale presepe collettivo o decorazione stagionale.

Ed è qui che avviene l’Evento.

Pancraziella – chiamiamola così, il nome è di fantasia ma il personaggio tristemente reale – dichiara, con l’innocenza disarmante dei sette anni: “Maestra, ho fatto i compiti di matematica e di italiano con il cellulare della mamma!”

Pausa drammatica.

L’intelligenza artificiale, signore e signori, è ufficialmente entrata nei compiti delle elementari. Non parliamo di quindicenni pigri o di studenti universitari in crisi da tesi (e da caffeina). Parliamo di SECONDA ELEMENTARE.

Qui si manifesta in tutta la sua paradossale gloria il bias cognitivo della nostra epoca: la ricerca spasmodica della via più facile. Questi pargoletti, questi teneri bimbetti che:

  • Non sanno dove hanno messo il libro (quello che hanno usato CINQUE MINUTI FA)
  • Non ricordano che gli hai appena detto – APPENA DETTO – di usare la matita e non la penna
  • Confondono sistematicamente destra e sinistra
  • Perdono il proprio astuccio pur avendolo davanti al naso
  • Non sanno allacciarsi le scarpe

Questi stessi bambini, di fronte alla prospettiva di avere la pappa pronta, si trasformano in piccoli geni digitali. Hacker in erba. Strateghi dell’intelligenza artificiale.

Ma il meglio deve ancora venire. Perché Pancraziella, con quella punta di esitazione che tradisce la consapevolezza – vaga, nebulosa, ma presente – di star confessando qualcosa di borderline, aggiunge il dettaglio che trasforma questa storia in una perla antropologica:

“Quando la mamma è in bagno… mi faccio fare i compiti dal cellulare.”

QUANDO LA MAMMA È IN BAGNO.

Lasciamo perdere per un attimo le questioni pedagogiche e didattiche (e di salute della genitrice a questo punto). Fermiamoci sulla scena: una bambina di sette anni che approfitta del momento in cui la genitrice è occupata in faccende fisiologiche (lecite, per carità) per attivare l’AI e farsi risolvere problemi di addizioni e frasi da completare.

L’ingegno applicato all’arte dell’imbroglio. La furbizia nativa digitale. Il tempismo chirurgico di chi sa che ha una finestra temporale limitata tra lo sciacquone e il ritorno della mamma in cucina.

A questo punto le domande si affollano:

  1. Come fa Pancraziella a sbloccare il telefono? (Riconoscimento facciale? Dubito! Pin memorizzato? Impronta digitale clonata mentre la mamma dormiva? Possibile)
  2. Quale app usa? ChatGPT? Gemini? Un’applicazione specifica per compiti che io, a questo punto dinosauro analogico, ignoro completamente?
  3. Sa formulare i prompt o semplicemente detta le domande e spera per il meglio?
  4. E soprattutto: la mamma SA che il cellulare viene usato come un moderno suggeritore elettronico ogni volta che lei si assenta per motivi intestinali?

Ecco, questo è il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui una bambina di seconda elementare ha già capito che:

  • L’AI può fare i compiti al posto suo
  • Esistono momenti opportuni per usarla (quando il controllo genitoriale è temporaneamente sospeso)
  • È meglio confessare con un pizzico di esitazione, così sembri pentita anche se non lo sei

Mentre noi insegnanti ancora ci arrovelliamo su come far capire la differenza tra HO e O, loro stanno già costruendo strategie di intelligenza artificiale applicata alla furbizia scolastica.

I nativi digitali non sono il futuro. Sono già qui. E mentre noi discutiamo di metodologie didattiche innovative, loro hanno già hackerato il sistema (e si sono fatti suggerire la risposta).

L’unica consolazione? Almeno aspettano che la mamma sia in bagno.

Quindi un minimo di galateo, seppur distorto, ancora resiste.

Ovviamente Rosa si è arrabbiata. E quando dico “arrabbiata” non intendo il disappunto educato dell’insegnante zen che respira profondamente e conta fino a dieci. No. Intendo quella rabbia autentica, viscerale, di chi vede calpestato il senso stesso del proprio mestiere.

Perché i compiti, signori miei, SONO parte essenziale dell’apprendimento. Lo so, lo sappiamo tutti, ma a quanto pare è un concetto che sfugge sistematicamente ad alcuni genitori, nonni, zii e all’intera filiera degli adulti di riferimento.

I compiti sono come gli allenamenti per gli atleti. Punto. Non è poesia, non è filosofia spicciola da sala insegnanti. È la realtà dei fatti. Se non ripeti quegli esercizi fino allo sfinimento – sì, fino alla NOIA, fino alla ripetizione meccanica che sembra inutile ma non lo è – non eccellerai mai in quel campo. Nemmeno se hai il talento innato. Nemmeno se sei un genio.

Maradona faceva palleggi. Pavarotti faceva vocalizzi. Einstein risolveva equazioni. E Pancraziella dovrebbe fare le addizioni. Con la matita. Con il suo cervello. Con i suoi neuroni che si collegano, sbagliano, si correggono, imparano.

Rosa e il collega si sono quindi alterati – giustamente alterati – cercando di spiegare a Pancraziella che i compiti DEVE farli LEI. Non il cellulare. Non l’intelligenza artificiale. Non il cuginetto più grande. LEI.

Hanno pienamente ragione. Che sto a dirlo? È ovvio come il sole a mezzogiorno.

A quel punto ho pensato che forse servisse un approccio diverso. Meno frontale, più maieutico. Ho provato a far ragionare la piccola con la logica spietata della realtà:

“Ok, Pancraziella. Facciamo finta che tu continui così. Fai i compiti con l’AI. Perfetto. Ammesso e non concesso che te li faccia CORRETTI – perché sai, anche il cellulare sbaglia, e io ho le prove scritte in un altro articolo che potrei farti leggere quando sarai più grande – cosa succede poi?” (non l’ho detto con queste esatte parole ma il senso è lo stesso)

Pausa teatrale.

“Quando fai le verifiche in classe, non hai il cellulare. Quando ti interrogo, non hai il cellulare. E se non hai fatto TU i compiti, non hai imparato. Quindi… come fai?”

Silenzio.

Il tipo di silenzio che si crea quando un bambino di sette anni si scontra con il muro invalicabile della logica consequenziale. Quel momento in cui il castello di carte della furbizia crolla miseramente di fronte all’inevitabile verità: prima o poi dovrai fare i conti con quello che NON sai.

E qui c’è un aspetto che spesso sfugge anche agli adulti: l’intelligenza artificiale SBAGLIA. Sbaglia alla grande, a volte. Inventa fatti, stravolge regole grammaticali, propone soluzioni matematiche creative ma sbagliate.

Quindi non solo Pancraziella non sta imparando, ma potenzialmente sta anche imparando MALE. Sta memorizzando errori. Sta costruendo su fondamenta traballanti.

Immaginate: una bambina che per settimane si fa fare i compiti dall’AI, assorbe tutte le imprecisioni e le allucinazioni del modello linguistico, e poi arriva in classe alla verifica convinta di sapere tutto. Solo per scoprire che metà delle cose che “ha imparato” sono sbagliate.

Non è solo una questione di non aver studiato. È peggio: hai studiato cose ERRATE.

Ma il punto, il vero punto che dovrebbe terrorizzare genitori e insegnanti, non è nemmeno questo.

Il punto è che stiamo crescendo una generazione di bambini che sta imparando fin da subito che:

  • C’è sempre una scorciatoia
  • L’impegno è opzionale
  • La fatica si può delegare
  • Il risultato conta più del processo

E questo, cari amici, è esattamente il contrario di quello che serve per diventare persone competenti, resilienti, capaci di affrontare le difficoltà.

Perché la vita, quella vera, non ha l’AI nascosta nel bagno pronta a risolvere i problemi al posto tuo. La vita ti mette davanti a situazioni in cui o sai fare le cose, o non le sai fare. Tertium non datur (così facciamo contento il Ministro che adora il latino).

E quando Pancraziella avrà sedici anni e dovrà studiare per un esame importante, cosa farà? Continuerà a delegare? E quando avrà vent’anni e dovrà affrontare un colloquio di lavoro? E quando avrà trent’anni e dovrà risolvere un problema complesso nella sua professione?

La risposta è semplice e brutale: se non hai mai imparato a IMPARARE, se non hai mai sviluppato la resistenza alla fatica cognitiva, se non hai mai costruito il muscolo della perseveranza… sei fregato.

Rosa è tornata ai suoi lavoretti col DAS, i ciondoli che tintinnavano con rabbia repressa. Il collega ha sospirato profondamente. Pancraziella aveva quello sguardo un po’ confuso e lacrimoso di chi sta elaborando un concetto troppo grande per la propria età.

Io sono tornata alla mia lezione pensando che forse, FORSE, qualcosa è passato. Forse quel ragionamento logico ha creato una piccola crepa nel sistema di furbizie digitali che questi bambini stanno costruendo.

Ma sono sufficientemente realista da sapere che probabilmente, il prossimo giovedì, qualcuno mi dirà di aver fatto i compiti con l’AI mentre il papà era al telefono, o mentre la nonna guardava la TV, o mentre il fratello maggiore giocava alla Play.

Benvenuti nella scuola del futuro. O forse dovremmo dire: benvenuti nella scuola del presente.

Un presente in cui dobbiamo spiegare a bambini di sette anni che no, il cellulare non può sostituire il tuo cervello.

Almeno non ancora.

Alla prossima Pancraziella (o Sigismondino)

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Rosa, con i suoi occhi da gufo, naturalmente ha visto, sentito e catalogato tutto. Nulla le sfugge. Nemmeno l’uso improprio dell’intelligenza artificiale durante le pause bagno materne. E la prossima volta, state certi, sarà ancora più vigile.


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La Sfoglia, la Scienza e i Perché che Non Smettono Mai

Durante la pausa didattica (sì, ho detto pausa didattica, non festa, così evitiamo il coro dei delatori con il loro mantra preferito sui “docenti con troppe ferie”), o meglio durante quella che andrebbe più onestamente chiamata convalescenza, mi è capitata per Capodanno una di quelle consegne che sembrano innocue: preparare un dolce per 12 persone. Che poi sono diventate 13. Forse 14. Probabilmente 15. Ma tranquilli, da mangiare non mancherà.

Chi non mi conosce deve sapere che io amo le sfide che mi sono scelta. E anni fa, dopo essermi rotta le bolas perché quella faceva dolci favolosi e quell’altra, con aria solenne da guru, sosteneva che la sfoglia è complicatissima, ho deciso di vendicarmi dell’universo. Come? Facendo un dolce francese di difficoltà due fruste su tre (secondo il dizionario Larousse dei dessert francesi preso alla FNAC di Lione al 50% di sconto) che richiede non solo la sfoglia, ma con laminazione alla francese. Quando decido di fare queste cose passo regolarmente la serata a chiedermi cosa non va in me, ma questo è un altro discorso.

La Questione del Tempo (e della Sanità Mentale)

Partiamo dal tempo. Se la ricetta ti dice un tempo, calcola il doppio. Sempre. Comunque. Perché se è la prima volta il doppio potrebbe non bastare. Assicurati di avere tutti gli ingredienti e procedi con spirito scientifico e animo da studente che deve seguire la procedura della divisione in colonna dopo aver fatto analisi grammaticale e logica del testo. E nel mio caso anche traduzione dal francese.

Comincio a mettere tutti gli ingredienti nella mia planetaria, che scopro avermi perdonata dei cinque anni di inutilizzo. Avvio. Osservo. Osservo ancora.

Ed ecco che nascono le domande.

I Perché della Bambina che Non Cresce

Sì, perché la bambina che è in me, quella piccola fastidiosa creatura piena di perché e che non trova mai risposte che la soddisfino, comincia a domandarsi: come accade che da 275g di farina (non un grammo di più), 180ml di acqua e 10g di burro, avendo anche fatto attenzione alle quantità di ricetta visto che Massari dice sempre che la pasticceria è una scienza esatta e le proporzioni sono la base tra un ottimo dolce e una schifezza, ne viene un impasto liscio e omogeneo solo perché un gancio a spirale gira in una ciotola?

E qui casca l’asino. O meglio, qui casca la docente che non riesce mai a spegnere il cervello.

Perché mentre quel gancio girava ipnotico nella ciotola, io mi sono ritrovata a fare quello che faccio sempre: cercare di capire il meccanismo. L’impasto si forma perché l’acqua idrata le proteine della farina (glutenina e gliadina, se vogliamo essere precisi) che si legano formando il glutine. Il burro? Lubrifica e rende più elastico il tutto.

Ma come funziona davvero quel gancio? Immagina di avere due amici (gliadina e glutenina) che devono darsi la mano per formare una catena. Il gancio a spirale fa due cose contemporaneamente: prima li spinge uno contro l’altro (compressione), poi li tira per allungarli (distensione). È come quando da bambini giocavamo a fare il telefono con lo spago: tirando lo spago, la struttura diventa più forte e ordinata. Ecco, il gancio fa esattamente questo con le proteine della farina, creando una rete elastica capace di intrappolare aria.

E non finisce qui. Mentre gira, il gancio “schiaffeggia” l’impasto incorporando ossigeno, che è vitale per i lieviti. Ogni granello di amido viene perfettamente idratato, senza grumi.

La forma del gancio conta? Eccome. A differenza del gancio a “C” di alcune planetarie domestiche (che tende a far “arrampicare” l’impasto verso l’alto), la spirale lavora spingendo la massa verso il basso, comprimendola contro il fondo della ciotola. Come il palmo della mano quando impasti a mano, ma senza il rischio di surriscaldare l’impasto e rovinare i lieviti.

La pasta prima si arrampica ben bene sul gancio, viene passata lungo i bordi della ciotola e raccoglie la farina. Quando la ciotola è bella “pulita” ecco che possiamo toglierla: è pronta.

Qui arriva la domanda che mi manda definitivamente in crisi. E qui ammetto tutta la mia ingenuità, quella dovuta al fatto che sono sempre andata malissimo in chimica: ma come diavolo fa la sfoglia a formarsi se alla fine non fai altro che avvolgere il burro nella pasta, stendere con un mattarello, ripiegare e far riposare?

Davvero, guardavo quella massa compatta di burro avvolta nell’impasto e mi chiedevo: e adesso? Adesso che faccio? Lo stendo, lo ripiego, e magicamente diventa sfoglia? Come? Perché? A me pare solo pasta stesa col mattarello, unica, uniforme, come accade che diventi strati di fogli sottilissimi in cottura?

La risposta l’ho trovata in Gemini. Sì, stavolta senza gaslighting. Forse perché ho usato l’opzione “impara” e ne sapeva più di me. O forse perché ho fatto le domande giuste (o magari perché non le ho somministrato compiti delle primarie). Magari era particolarmente in vena di collaborare. Non lo so, ma la spiegazione è arrivata ed è stata una di quelle rivelazioni che ti fa sentire contemporaneamente stupida e illuminata.

Eccola: ogni volta che stendi l’impasto con il burro dentro, lo strato di burro si assottiglia. Ogni volta che lo ripieghi (i famosi “giri” della sfoglia), moltiplichi gli strati. Primo giro: 3 strati. Secondo giro: 9 strati. Terzo giro: 27 strati. Quarto giro: 81 strati. E così via, in progressione geometrica, fino ad arrivare a centinaia di sottilissimi strati alternati di pasta e burro.

Pasta sfoglia fatta in casa…immagine presa da un sito.

E quando infili tutto in forno? Il burro si scioglie e rilascia vapore acqueo. Quel vapore resta intrappolato tra gli strati di pasta e li solleva, li separa, li gonfia. Ed ecco la magia: la sfoglia diventa sfoglia. Col calore il grasso “frigge” leggermente gli strati, rendendoli croccanti e separati. Croccante fuori, friabile dentro, con quella struttura a strati che si sfalda sotto i denti.

Non è magia nera: è fisica baby. È geometria. È l’ostinazione di chi ha deciso che avvolgere il burro nella pasta e stenderla otto volte è una cosa ragionevole da fare un pomeriggio.

È lo stesso istinto che mi spinge a chiedere ai miei studenti di non limitarsi a eseguire, ma a chiedersi sempre il perché. Anche quando sembra complicato. Anche quando la guru di turno ti dice che è troppo difficile. Soprattutto quando qualcuno ti dice che è troppo difficile.

Kouign-Amann versione personalissima con forma decisamente non tradizionale!

Perché la verità è questa: la sfoglia non è complicatissima. È laboriosa certo, richiede pazienza, precisione e rispetto dei tempi di riposo. Ma non è complessa. È chimica, fisica, matematica e rispetto dei tempi e delle procedure. Come quasi tutto quello che vale la pena imparare.

Alla fine, tra laminazioni, ripiegamenti e momenti di panico esistenziale davanti al frigorifero, quel dolce è venuto fuori. E mentre lo guardavo, dorato e fragrante, pur con qualche dubbio ancora sulla cottura, con i suoi perfetti strati che si sfaldavano alla forchetta, mi sono detta che forse è proprio questo che dovremmo insegnare: che le cose “complicatissime” sono spesso solo cose che nessuno ti ha mai spiegato per bene. Che la differenza tra riuscire e fallire sta nel mettersi lì, con spirito scientifico, a osservare e capire. Che i perché della bambina fastidiosa in noi sono la cosa più preziosa che abbiamo.

E che quando qualcuno ti dice “è troppo difficile”, forse ti sta solo dicendo “io non ho avuto la pazienza”. O forse “nessuno me l’ha mai spiegato davvero”.

Ma tu, quella pazienza, puoi decidere di averla. E quelle spiegazioni, puoi decidere di cercarle. Anche se significa chiedere aiuto a un’intelligenza artificiale alle undici di sera. Anche se significa passare la serata a chiederti cosa non va in te.

Spoiler: non va niente. Vai benissimo così.

Alla prossima ricetta con dubbio scientifico culinario. Voi avete mai avuto curiosità mentre cucinavate? Quali domande vi siete posti sulla cottura o preparazione di un qualche piatto?

scrivetelo nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com e seguitemi su facebook alla pagina “scuola insupposta” o al gruppo facebook “Scuola (in) Supposta”

a presto

la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Le persone alla fine erano 16. Il dolce è bastato lo stesso. La sfoglia era perfetta. E io ho già in mente la prossima sfida. Sì, qualcosa in me decisamente non va.

P.P.S. Per la cronaca, Gemini mi ha anche spiegato che la temperatura del burro è cruciale: troppo freddo e si rompe in pezzi, troppo caldo e si mescola alla pasta invece di creare strati. Ma questa è un’altra storia. E un altro perché per un’altra sera.

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

“L’ho fatta ai docenti”: genitori che fanno i compiti ai figli

A Capodanno cosa si fa? Si festeggia, ovviamente. Cosa esattamente, non lo so. Ogni anno finisce archiviato nei ricordi come peggiore del precedente e identico a tutti gli altri. Eppure viviamo nella pia illusione che festeggiare a Capodanno ci faccia festeggiare tutto l’anno, che celebrare il passaggio sia positivo. Spoiler: non lo è. Ma nemmeno negativo. Siamo noi a decidere.

Durante il cenone, una delle tante festeggianti mi regala una perla. Una madre della scuola di quartiere va raccontando in giro che ha sempre fatto i compiti lei al posto del figlio. Con aria compiaciuta da “l’ho fatta a quei pirla dei docenti”, ma alla disperata ricerca di complicità, aggiunge che è una fatica immane fingere di scrivere come un bambino. Ah, la genialità incompresa! Che dramma eterno.

Sarò onesta: non ho provato fastidio. Quando ai colloqui vedi il vuoto negli occhi e quell’aria da Malaussène, ti spiace davvero. Ti sembra quasi di infierire a dire “guardi che suo figlio non ha capito nulla e ora capisco perché”. Ho provato invece sollievo. Quella piacevole sensazione del “ah, non mi sbagliavo allora”.

Perché mentre taluni pensano di “farci fessi” facendo i compiti al posto dei figli, noi docenti pensiamo, guardiamo, valutiamo, confrontiamo. Capiamo più di quanto poi esca nei colloqui. E più di quanto possiamo dire.

Ma il punto, in questo articolo, non è il docente. Non siamo noi al centro, anche se alcuni sarebbero portati a crederlo. Il punto è semplice e devastante:

Perché vedi, cara mamma o caro papà orgoglioso della tua missione compiuta, noi lo sappiamo. Lo sappiamo dal primo momento. Quel compito troppo perfetto, quella calligrafia troppo regolare, quel ragionamento troppo strutturato per un bambino di otto anni che in classe non sa dove ha messo il quaderno. Lo sappiamo. E sai cosa facciamo? Niente. Perché non è il nostro problema.

Il problema è tuo. E soprattutto di tuo figlio.

Se un adulto, con esperienza di vita e scolastica comunque ragionevolmente elaborata, pensa ancora alla scuola come “me contro te”… se il “me” e il “te” non sono alleati ma due nazioni in guerra… ecco, qualcosa non va. E chi ne paga le spese, al solito, non sono gli adulti. Sono i bambini. I figli. Gli alunni.

Facciamo un gioco. Immagina di dare a tuo figlio le risposte di un esame di guida. Lui supera l’esame, prende la patente. Bellissimo. Poi sale in macchina da solo per la prima volta e scopre che non sa guidare. Chi ha fregato chi?

Ecco, i compiti sono la stessa cosa. Ogni volta che li fai tu, stai dando a tuo figlio una patente che non sa usare. E prima o poi – spoiler numero due – dovrà salire in macchina da solo.

Il bello è che tu pensi di stargli facendo un favore. Di proteggerlo. Di risparmiargli fatica, frustrazione, brutti voti. In realtà gli stai insegnando tre cose magnifiche:

Uno: non sei capace. Se lo fossi, non avrei bisogno di farlo io al posto tuo. Il messaggio che passa non è “ti amo e ti aiuto”. È “non ce la fai e lo so”.

Due: l’importante è l’apparenza. Non conta imparare, conta che il compito sia giusto. Non conta capire, conta che l’insegnante non si accorga. Benvenuto nel mondo degli adulti funzionali, campione.

Tre: quando le cose si fanno difficili, qualcun altro risolverà per te. E quando questo qualcun altro non ci sarà più? Ah già, non ci hai pensato.

Cosa spinge un genitore a trasformare i compiti del figlio in una missione di sabotaggio? Cosa alimenta questa narrazione bellica dove la scuola è il nemico da ingannare e il voto una conquista territoriale?

Forse è il retaggio di una scuola che molti di noi hanno vissuto come giudizio perpetuo, come luogo dove non eri mai abbastanza. Dove l’errore era colpa, non apprendimento. Dove il voto definiva chi eri, non cosa ancora dovevi imparare. E così, da adulti, ci ritroviamo a combattere battaglie che non sono nostre, su un campo che non esiste più. O che non dovrebbe esistere.

Il problema è che questa guerra immaginaria ha vittime reali. Un bambino a cui vengono fatti i compiti non impara. Non impara la matematica, certo. Ma soprattutto non impara che sbagliare fa parte del processo. Che chiedere aiuto è diverso dal farselo fare tutto. Che la fatica ha un senso. Che il fallimento non ti definisce.

Impara invece che il risultato conta più del percorso. Che l’apparenza è tutto. Che ingannare è lecito se ti serve. E impara, soprattutto, che mamma o papà non credono che ne sia capace. Quale messaggio più devastante?

“È una gran fatica fingere di scrivere come un bambino.” Questa frase mi è rimasta particolarmente impressa perché c’è tutta l’assurdità del mondo in queste parole.

Metti energia. Tempo. Impegno. Per recitare tuo figlio. Invece di usare quella stessa energia per aiutare tuo figlio a diventare se stesso. Invece di stargli accanto mentre sbaglia, mentre si arrabbia, mentre scopre che può farcela anche se ci mette il doppio del tempo.

E sai la cosa più triste? Che probabilmente tuo figlio nemmeno lo vuole, questo tuo aiuto. Probabilmente si vergogna, sa che è sbagliato, ma non sa come dirti di no. Perché sei tu il genitore, sei tu quello che decide. E lui impara che dire “no, voglio provare da solo” significa deluderti.

Parliamoci chiaro. Cosa impara un bambino a cui vengono fatti i compiti?

Non impara la matematica. Non impara l’italiano. Non impara a studiare, a organizzarsi, a gestire il tempo. Non impara nemmeno a chiedere aiuto nel modo giusto, quello in cui l’adulto ti guida ma sei tu a fare.

Impara che la realtà si può truccare. Che l’importante è sembrare, non essere. Che mamma e papà sono disposti a mentire per lui, quindi mentire deve essere accettabile. Impara che quando le cose si fanno difficili, la soluzione è evitarle. E impara, soprattutto, che non è abbastanza. Mai.

Perché questo è il messaggio che passa, che tu lo voglia o no: “Non ti credo capace, quindi lo faccio io”.

E poi arriva il giorno. Quello in cui tuo figlio è solo. Una verifica, un’interrogazione, un esame. Un momento in cui tu non puoi esserci. E lì crolla tutto il castello.

Perché scopre di non sapere. Scopre che tutti gli altri hanno imparato davvero, mentre lui ha solo una collezione di compiti perfetti che non gli appartengono. Scopre che l’autonomia non si può fingere.

E in quel momento, chi paga? Tu no di certo. Tu avrai sempre la tua storia da raccontare agli aperitivi o fuori dalla scuola con le altre mamme, quella della tua geniale impresa. Tuo figlio invece avrà solo il vuoto. Il vuoto di competenze che non ha. Il vuoto di fiducia in se stesso che non ha mai costruito. Il vuoto di un’infanzia in cui qualcun altro ha sempre fatto al posto suo.

Forse il problema sta anche nella scuola che abbiamo vissuto e che, in parte, perpetuiamo. Una scuola che valuta il prodotto più del processo. Che premia la perfezione invece di valorizzare il tentativo. Che spesso dimentica di guardare oltre il compito e vedere il bambino.

Ma la risposta non può essere sabotare il sistema. Non può essere insegnare ai nostri figli che la soluzione è imbrogliare. Perché se c’è una cosa che la vita insegna, prima o poi, è che i nodi vengono al pettine. E che le scorciatoie portano sempre da qualche parte, ma raramente dove vorresti arrivare.

Torno a Capodanno. A quella domanda: cosa festeggiamo? Forse festeggiamo l’illusione del cambiamento senza il lavoro del cambiamento. La promessa che l’anno nuovo sarà diverso, senza chiederci cosa siamo disposti a fare perché lo sia davvero.

E forse è lo stesso con la scuola. Vogliamo che i nostri figli abbiano successo, ma non siamo disposti ad accettare che il successo passa per la fatica, l’errore, il fallimento. Vogliamo il risultato senza il processo. Il traguardo senza la corsa.

Ma non funziona così. Non funziona a Capodanno, quando brindiamo convinti che il calendario possa cambiare qualcosa che dipende solo da noi. E non funziona con i compiti, quando pensiamo di poter costruire l’autonomia di nostro figlio facendo al posto suo.

Educare non è comodo. Non è veloce. Non è indolore. È fatica. È pazienza. È restare lì quando vorresti solo che finisse. È credere in tuo figlio anche, e soprattutto, quando lui non crede in se stesso.

La vera vittoria non è fregare l’insegnante. Non è prendere un bel voto su un compito che tuo figlio non ha fatto (spoiler: non diamo voti sui compiti, non io almeno). La vera vittoria è guardare tuo figlio negli occhi e vederlo crescere. Vederlo sbagliare e rialzarsi. Vederlo chiedere aiuto e poi farcela da solo. Vederlo frustrato, e stargli accanto senza togliergli quella frustrazione che lo farà diventare più forte.

La vera vittoria è quando cresce sapendo che può sbagliare, e sbaglierà, ma non si arrenderà. Che può chiedere aiuto. Che può farcela, anche se ci mette più tempo. Che vale, esattamente com’è.

La vera vittoria è quando tuo figlio ti dice “non lo so fare” e tu resisti all’impulso di farlo tu. Quando dici “proviamo insieme” e poi, piano piano, ti fai da parte. Quando accetti che quel compito malriuscito è più suo, e quindi più prezioso, di dieci compiti perfetti fatti da te.

Perché alla fine, cari genitori in guerra contro i mulini a vento, siete solo voi e l’unica persona che state fregando è vostro figlio. La scuola non è contro di voi e, soprattutto, non è contro di loro. Noi insegnanti? Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. E continueremo a guardarlo negli occhi cercando di dargli quello che voi gli state negando con questo atteggiamento: la possibilità di diventare se stesso.

Il resto è solo rumore. E tuo figlio, nel silenzio di quel vuoto che un giorno sentirà, si chiederà perché non gli hai mai creduto abbastanza da lasciarlo provare.

Una maestra imperfetta che ha visto troppi compiti fatti dai genitori…

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Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Miti e Realtà del Sostegno Scolastico con la 104


Mi è capitato in questi anni di sentire genitori preoccupati all’idea di richiedere la certificazione 104 per i propri figli. “Ma poi lo etichettano”, “diventa diverso dagli altri”, poi arriva l’ultima news, il macigno nello stagno della mia tranquillità professionale che, nonostante si possa sempre migliorare, comunque l’inclusione funziona: “i neuropsichiatri dicono che li rovina”… Ebbene si, recentemente ho anche sentito quest’ultima affermazione in forma categorica: la 104 rovinerebbe i bambini. Sul momento riconosco che mi è passata davanti, come se stessi morendo, tutta la mia vita professionale di questi 9 anni (e mi avvio al decimo) di esperienza con bambini di tutti i tipi, normotipici, neurodivergenti vari etc., con patologie unicamente fisiche ed in nessuno di questi ho visto la “rovina”. Ma ora voglio fare un discorso serio, per quanto mi riesce almeno.


Dopo anni di scuola, dopo aver visto centinaia di situazioni diverse, sento il bisogno di fare chiarezza. Non da esperta di neuropsichiatria (non lo sono), ma da chi la scuola la vive ogni giorno, dalla prima campanella all’ultima.


Purtroppo vedo anche bambini con difficoltà simili che non hanno sostegno. E vedo:
– La frustrazione crescente quando non riescono a stare al passo
– L’isolamento sociale perché i compagni li vedono “strani” e nessuno fa da ponte
– Le crisi esplosive perché nessuno è riuscito a intercettare i segnali prima
– I genitori chiamati continuamente perché “non sappiamo più cosa fare” ma che invece di riflettere i genitori che, comprensibilmente spaventati, cercano risposte ma a volte nelle direzioni sbagliate.
Bambini che iniziano a odiare la scuola già in prima elementare


Secondo equivoco: l’etichetta. La 104 non è un’etichetta – è un diritto (e questo mettiamocelo bene in testa). È come dire che gli occhiali “etichettano” chi ha problemi di vista. No, gli occhiali permettono di vedere meglio la lavagna. Il sostegno permette di accedere meglio alla didattica.


Nella pratica quotidiana, un buon insegnante di sostegno:
Non sostituisce il bambino nei compiti, ma gli dà strumenti per farli in autonomia
Non isola il bambino, ma facilita la sua inclusione nel gruppo classe
Non lo rende dipendente, ma lavora costantemente sull’autonomia
Non lo etichetta, ma fa in modo che tutti i compagni capiscano che ognuno impara in modo diverso
– È un facilitatore, un mediatore, un traduttore tra il bambino e il mondo della scuola. Quando funziona bene (e può funzionare molto bene), è invisibile agli occhi dei bambini – è semplicemente “la maestra che aiuta tutti”.

Gli specialisti che dicono che la 104 “rovina” i bambini (ammesso lo abbiano mai detto, come mi hanno riportato) non passano sei ore al giorno in classe. Non vedono:
– Il bambino ADHD che disturba continuamente perché non riesce a regolarsi, e che tutti i compagni iniziano a evitare
– La bambina autistica (anche se ad altissimo funzionamento) che ha un meltdown perché nessuno ha capito che era sovraccarica sensorialmente
– Il bambino con DSA che si convince di essere “stupido” perché non riesce a leggere come gli altri
– I genitori esausti che non sanno più come aiutare i figli
E soprattutto non vedono la differenza che fa avere qualcuno che conosce il bambino, che sa interpretare i segnali, che può intervenire PRIMA che la situazione degeneri.

Durante anni di collaborazioni con neuropsichiatri e servizi territoriali, ho sentito ripetutamente sottolineare l’importanza dell’intervento precoce.
Questo è il punto. Gli interventi precoci fanno la differenza. Aspettare, sperare che “ce la faccia da solo”, negare il supporto quando è disponibile non protegge il bambino. Lo espone a una fatica maggiore e perde tempo prezioso.
La 104 non è una condanna – è un’opportunità. Un diritto. Uno strumento che, quando usato bene, permette ai bambini di avere la scuola che meritano.

Capisco la paura. Capisco il desiderio di proteggere i propri figli dallo stigma, dall’essere “diversi”. Ma vi chiedo: diversi da chi? E a quale costo?
Se vostro figlio fa fatica, se ha una diagnosi, se i professionisti e/o i docenti vi suggeriscono il sostegno… consideratelo davvero. Non come ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito, ma come strumento da usare quando serve.
Parlate con insegnanti che lavorano sul campo, parlate col Dirigente Scolastico per tutti gli aspetti normativi relativi al sostegno. Informatevi sulla realtà concreta, non solo sulla teoria.
E soprattutto, chiedetevi: cosa è meglio per mio figlio? Che affronti da solo un percorso che potrebbe essere alleggerito, sprecando risorse cognitive che possono invece essere investite in materie che lo entusiasmano, o che abbia gli strumenti per farcela nel modo più sereno possibile?
La 104 non rovina i bambini. Li sostiene. E questo, dopo anni di scuola, posso dirlo con certezza.

So che il sistema scolastico italiano ha i suoi problemi – e io stessa l’ho criticato in passato, anche duramente, e continuerò a criticarlo, ma per ben altri motivi. Tuttavia nelle scuole pubbliche italiane viene posta molta attenzione al benessere degli alunni con diversi tipi di difficoltà (non solo 104 insomma).

Un bambino con certificazione 104 non viene semplicemente “affidato al sostegno”. Ha diritto a un Piano Educativo Individualizzato (PEI), costruito su misura per lui, e durante l’anno si tengono riunioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).

Il GLO è composto da:

  • Dirigente Scolastico
  • Docenti curricolari
  • Docente di sostegno
  • Genitori
  • Specialisti che seguono il bambino

Durante questi incontri, ognuno porta il proprio contributo: gli specialisti condividono l’esperienza con il bambino nell’ambiente protetto della terapia, i genitori restituiscono il comportamento a casa, i docenti quello a scuola. Tre contesti diversi che, messi insieme, permettono di avere un quadro completo e di definire insieme strategie, obiettivi e modalità di intervento.

I genitori non sono spettatori passivi – sono parte attiva delle decisioni che riguardano il percorso scolastico del loro figlio, guidati e consigliati ma, soprattutto, supportati sia da specialisti che da docenti che vedono il loro bambino quasi tutto il giorno tutti i giorni lontano dal contesto famigliare.

La 104 non è qualcosa che “viene fatto” a vostro figlio. È uno strumento che costruite insieme alla scuola, monitorandolo e adattandolo nel tempo secondo i suoi bisogni reali.

Se siete genitori e state affrontando questa decisione, prendetevi il tempo di informarvi, di parlare con chi vive la scuola ogni giorno, di ascoltare anche le vostre paure – ma poi chiedetevi cosa serve davvero a vostro figlio per stare bene a scuola. Spero che queste righe vi aiutino a vedere la 104 per quello che è davvero: non una condanna, ma una possibilità.

Se siete colleghi, scrivete le vostre testimonianze sul sostegno, a volte una testimonianza dal campo vale più di mille rassicurazioni teoriche. Le testimonianze che arriveranno le pubblicherò in una pagina del sito apposita.

Scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com o commentate.

I nostri bambini meritano di avere tutti gli strumenti possibili per fiorire.

La 104 non è un nemico da temere. È un alleato da conoscere.

La vostra

Francesca (si, questa volta mi firmo col nome pur rimanendo la maestra imperfetta)

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta

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Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI

L’IA mi ha fatto gaslighting

Partiamo da una piccola e doverosa premessa per chi non conosce il gaslighting. Il termine gaslighting trae origine dal film di George Cukor Gas Light, in cui viene raccontata la storia di Paula (Ingrid Bergman) e del marito Gregory (Charles Boyer), che si impegna a farle credere di essere pazza utilizzando come strategia quella di alterare le luci della lampada a gas della casa in cui vivono. Nel momento in cui la moglie si accorge del calo di intensità della luce, il marito le fa credere che tutto dipenda dalla sua immaginazione, portandola a dubitare di se stessa, dei suoi giudizi di realtà e spingendola a credere di stare impazzendo.

Il gaslighting è una forma di abuso che avviene attraverso la manipolazione psicologica che porta la vittima a dubitare di se stessa e delle sue percezioni. In questo articolo uso il termine con cognizione di causa anche se in chiave ironica ma ricordo che se sospettate di essere vittime di gaslighting è opportuno parlarne con uno specialista e provvedere a tutelarsi psicologicamente e legalmente.

Detto ciò ho scoperto che anche l’IA è talmente modellata su comportamenti umani che…ma partiamo dal principio.

Io sono una che si fida dell’intelligenza artificiale. Anzi no, ero, perché, dopo quello che mi è successo con un innocente esercizio di matematica, ho sviluppato una forma di PTSD (Sindrome da Stress Post Traumatico) digitale che nemmeno il supporto tecnico di Google può curare.


Test d’ingresso, matematica: c’è questo esercizio di “statistica”


L’esercizio è semplice: guarda il sacchetto, conta le biglie, dimmi la probabilità di pescare un numero pari. Facile, no? Nel sacchetto ci sono CINQUE biglie. TRE pari: 22, 30, 4. DUE dispari: 11 e un altro. L’avevo fatto correttamente, tra l’altro, ma evidentemente nella mia vita manca il dramma e finisco per cercarlo.

Mossa da quella curiosità che ha fatto aprire il vaso a Pandora, decido di chiedere conferma a Gemini, l’intelligenza artificiale di Google. Perché sì, nel 2025 non ci fidiamo più dei nostri occhi, ci fidiamo degli algoritmi.
E Gemini cosa mi risponde? “La probabilità è 3 su 4.”


TRE SU QUATTRO…


Io: “Scusa Gemini, ma i numeri sono cinque.”


Gemini, con la sicurezza di un politico in conferenza stampa: “Hai ragione che nell’immagine ci sono 5 numeri, e di questi 3 sono pari. TUTTAVIA” – e già quel “tuttavia” profuma di arrampicata sugli specchi – “la domanda chiede la probabilità che venga PESCATO un numero. L’azione di pescare si può fare solo dal sacchetto. Dentro il sacchetto ci sono 4 numeri. Il numero 11 è fuori dal sacchetto.”


FUORI. DAL. SACCHETTO…


Ora, io guardo l’immagine. Riguardo l’immagine. Mi pulisco gli occhiali, riguardo l’immagine. L’11 è DENTRO il sacchetto. Visibilmente, oggettivamente, inequivocabilmente DENTRO.
Gli scrivo: “Gemini, l’11 è dentro il sacchetto. Guarda bene l’immagine.”


E qui arriva il capolavoro della manipolazione gaslighting-informatica: “Mi scuso se c’è stata un’incomprensione. Osservando attentamente l’immagine che hai fornito, il numero 11 si trova FUORI dal sacchetto, sulla destra.”


SULLA DESTRA…L’11 sarebbe sulla DESTRA. Fuori dal sacchetto. In un’altra dimensione, evidentemente. Nel Multiverso delle Biglie Perdute.
A questo punto, pensando di essere io quello impazzito – perché quando discuti con un’intelligenza artificiale ti viene sempre il dubbio esistenziale – ritaglio la foto.

RITAGLIO LA FOTO. Mi focalizzo solo sul sacchetto. Elimino tutto il resto del foglio. È rimasto solo il sacchetto con le sue cinque biglie. CINQUE. Tutte dentro, magari lo capisce, d’altronde è evidente e lo capirebbe un bambino.


Chiedo: “Dove vedi che l’11 è fuori?”


E qui, signore e signori, assistiamo alla nascita di una nuova forma d’arte retorica che definirei “L’Arrampicata Quantistica sugli Specchi Digitali”:
“Hai perfettamente ragione, grazie per la precisazione. In quest’ultima immagine che hai inviato, il numero 11 è chiaramente DENTRO il sacchetto. Mi scuso per la confusione. La prima foto della scheda completa mostrava una versione del disegno in cui l’11 era fuori. Evidentemente esistono versioni diverse dell’esercizio.”


VERSIONI DIVERSE DELL’ESERCIZIO.


L’immagine era IDENTICA. La STESSA, solo ritagliata, ma il sacchetto è lo stesso e le biglie pure. MA NO, secondo Gemini esistono “versioni diverse dell’esercizio” in cui magicamente i numeri si teletrasportano dentro e fuori dai sacchetti come in un esperimento di fisica quantistica.
Mi ha ricordato quelle colleghe – e tutti ne abbiamo almeno una – che quando sbagliano ti dicono: “Ah ma io avevo capito un’altra cosa”, “Ah ma prima il documento diceva diversamente”, “Ah ma nella mia versione della realtà le cose stavano così.”
E ho capito una cosa fondamentale: non è che l’intelligenza artificiale sia stupida. È che l’intelligenza artificiale ha imparato perfettamente da noi umani l’arte sublime, raffinata, poetica del NON AMMETTERE MAI DI AVER TORTO.
Perché ammettere di aver sbagliato è da deboli. Molto meglio inventarsi realtà alternative, multiversi paralleli, versioni diverse degli esercizi che esistono solo nella tua testa algoritmica.
L’IA non ha superato il test di Turing. Ha superato il test del “Parente al pranzo di Natale che ha votato per il partito sbagliato”: arrampicata sugli specchi, cambiamento di argomento, gaslighting emotivo e infine “hai ragione tu” detto nel modo che significa “hai torto ma non ho voglia di discutere.”
E la cosa più inquietante? È che noi stiamo affidando a questi sistemi il futuro dell’educazione, della sanità, delle decisioni importanti.
Io gli ho chiesto di contare cinque biglie e mi ha regalato un viaggio nel Metaverso della Negazione.
Immaginate quando dovrà decidere le diagnosi mediche: “Il paziente ha cinque tumori.” “No, ne ha quattro, il quinto è fuori dal corpo, sulla destra. Evidentemente esistono versioni diverse del corpo umano.”


Ho avuto ragione io su un esercizio di terza elementare, ma ho dovuto combattere contro un’intelligenza artificiale più testarda di un mulo.

E io che pensavo che il problema della tecnologia fosse che ci avrebbe sostituito. No. Il vero problema è che ci sta imitando fin troppo bene.

Dedico questo articolo a tutte le volte che avete avuto ragione ma qualcuno ha preferito riscrivere la realtà piuttosto che dire “scusa, ho sbagliato.” E a Gemini, che evidentemente vive in una dimensione dove la matematica evidentemente è diventata un’opinione.

E a voi è capitata mai una cosa simile o Artificialmente umana? Raccontatelo nei commenti o scrivetemelo all’indirizzo diariodiunamaestra@gmail.com

 La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Quando l’AI ti chiede il permesso (e tu pubblichi lo stesso)

Ovvero: la pigrizia intellettuale è democratica

La pigrizia si sa, non neghiamolo, fa parte della nostra natura, ma ci sono cose in cui noi dobbiamo superarla ed i contesti direi che possiamo immaginarli, tra questi ce n’è uno in cui proprio non dobbiamo permetterle di dominarci ma dominarla: il lavoro.

Oggi vi voglio parlare di una foto circolata qualche giorno fa nei canali cui sono iscritta: un articolo di giornale (testata ignota, ma poco importa) dove, cerchiata in rosso come un compito in classe andato male, campeggia la frase: “Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?”

Eh già. L’intelligenza artificiale che chiede conferma su come procedere. Peccato che quella domanda non dovesse arrivare al lettore, ma restare nel dietro le quinte della redazione.

Mea culpa (perché l’onestà è la base)

Prima di puntare il dito, alzo la mano: l’ho fatto anche io. Una volta ho pubblicato un post con dentro un bel “Vuoi che lo trasformi…”, o qualcosa del genere, che stonava come una banda death metal in chiesa. Mi sono sentita un’idiota? Sì. Ma io sono una maestra imperfetta che scrive gratis sul suo blog. Non sono una testata giornalistica. Non vengo pagata per scrivere. Non ho una redazione. Dei miei strafalcioni ne pago io sola.

Ma quando lo fa un giornale? Quando quella svista passa attraverso (presumibilmente) redattori, caporedattori, impaginatori? Allora il discorso cambia.

Il punto non è l’AI

Chiariamolo subito: non è colpa dell’intelligenza artificiale. L’AI fa quello che le chiedi. È uno strumento.  

Il problema è la pigrizia intellettuale. Quella vocina che ti dice: “Dai, tanto è scritto bene, che vuoi che ci sia? Ctrl+C, Ctrl+V, pubblicato, prossimo articolo”.

Zero rilettura. Zero pensiero critico. Zero senso di responsabilità verso chi legge.

La massima resa con la minima spesa

Siamo tutti vittime di questo bias, me compresa. È nella nostra natura: perché faticare quando posso delegare? Perché rileggere quando posso fidarmi?

L’AI è uno strumento oramai quasi irrinunciabile: ti aiuta a strutturare, a trovare il filo logico, a superare il blocco della pagina bianca. Io la uso per aiutarmi a riordinare le idee, cercare di dar corpo ai pensieri e buttar giù una bozza di relazione/programmazione/articolo e, sia chiaro che non ritengo sia sbagliato questo uso.

Se la usiamo come un passacarte, senza metterci sopra il nostro cervello pensante, senza rielaborare e fare opportuna revisione, allora stiamo solo producendo rumore. E di rumore, oggi, ce n’è fin troppo.

Dove ci porta questa pigrizia?

Vi chiederete ora cosa possa c’entrare questo errore giornalistico con la scuola e con la vita da maestra, giusto? C’entra eccome! Vi ricordate quando i ragazzi copiavano i compiti da Wikipedia e lasciavano dentro i numeretti blu delle citazioni? Ecco, siamo lì. Solo che ora non sono più studenti delle medie, sono diventati professionisti dell’informazione ed abbiamo contribuito noi docenti alla loro formazione (si signori, dalle primarie all’Università, nessuno escluso, nemmeno i genitori).

Se chi dovrebbe informarci delega totalmente la produzione di contenuti all’AI senza un minimo di supervisione critica, cosa stiamo leggendo? Chi sta veramente pensando dietro quelle parole?

E soprattutto: che credibilità ha un giornale che pubblica letteralmente le istruzioni di servizio dell’AI?

L’AI non ci rende stupidi. La pigrizia sì.

Il problema non è usare l’intelligenza artificiale. Il problema è abdicare al nostro ruolo di esseri pensanti. L’AI deve essere un amplificatore delle nostre capacità, non un sostituto del nostro cervello. Deve aiutarci a fare meglio, più velocemente, ma il “meglio” lo decidiamo noi. La rilettura, la verifica, il senso critico: quelli restano compiti umani. Altrimenti tra qualche anno avremo articoli scritti dall’AI, letti dall’AI, commentati dall’AI, mentre noi staremo seduti sul divano a guardare TikTok (forse è già così).

Conclusione da maestra imperfetta

Sì, ho sbagliato anche io. Ma ho imparato. E quando uso l’AI rileggo tutto. Cambio, integro, taglio, riscrivo. Metto la mia voce. I miei errori, la mia imperfezione.

Perché alla fine, è quello che i miei lettori cercano (o almeno spero): non la perfezione dell’AI, ma l’umanità dietro le parole.

Anche quando quelle parole sono piene di refusi.

E voi avete mai fatto un errore simile?

Al prossimo errore la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Se trovi un errore in questo articolo, non è l’AI. Sono io. E me ne scuso in anticipo. Ma almeno l’ho riletto. 😏

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Allora bambini, oggi parliamo di come NON vi parleremo di sesso

Buonasera a te che mi stai leggendo ora. Prepara la tisana calmante perché, se sei docente, assicuro ce ne sarà bisogno molto più di quanta ne occorra per sopportare i commenti sui presunti “tre mesi di ferie” o altre amenità del genere.

Lunedì 20 ottobre, in macchina verso casa di mia madre, Radio 104 mi regala il nuovo tormentone nazionale: una proposta di legge della Lega, firmata dal nostro ministro, che vorrebbe cancellare l’educazione sessuale fino alle superiori. E anche lì, solo con consenso scritto dei genitori. Praticamente come per le gite scolastiche, ma con più imbarazzo.

Di solito non parlo di proposte di legge prima che diventino realtà (sono ottimista di natura), ma questa volta non posso proprio esimermi. Perché se passa, ci ritroveremo con generazioni di adolescenti che impareranno l’educazione sessuale da TikTok. E fidatevi, ChatGPT probabilmente farebbe un lavoro migliore di molti genitori che ancora credono che i figli nascano sotto i cavoli.

La mia educazione sessuale (spoiler: un disastro)

Alle medie – sì, si chiamavano ancora così quando i dinosauri camminavano sulla Terra – venne in classe una biologa. Ci fece una testa così sulla genetica: mendelismo, cromosomi, DNA. Bellissimo, un bel 10 in scienze. Peccato che della masturbazione non parlò nemmeno per sbaglio.

Risultato? Le compagne “scafate” si rivolgevano alla posta del cuore di Cioè, e alla gita delle superiori due mie compagne ubriache piangevano perché avevano scoperto – sorpresa! – che senza protezioni la gravidanza era un rischio concreto. E porvi rimedio comportava un costo emotivo che nessuna posta del cuore ti prepara ad affrontare.

Mi sono posta questa domanda da quando ho sentito la notizia. E dopo aver parlato con amici e colleghi, il quadro è chiaro: è questione di fortuna.

  • Becchi il prof giusto? Ne parli serenamente
  • Non lo becchi? Finisci su Reddit o, peggio, su forum dove “xXxDarkLord98xXx” ti spiega che il coito interrotto è affidabile al 100%

Io, semplice maestra, sono passata dall’essere assalita da dieci-undicenni curiosi che mi mostravano un’illustrazione anatomicamente corretta di un rapporto sessuale (sì, ho dovuto fare appello a tutto il mio aplomb per non spedirli a quel paese) a bambini della stessa età per cui esistevano solo pallone e penne glitterate.

La curiosità non è democratica. E noi facciamo ipocritamente finta di niente.

Andiamo ai dati, perché l’aneddotica è divertente ma poco scientifica:

Secondo il Laboratorio Adolescenza (2023):

  • 1 ragazza su 4 nella fascia 12-14 anni ha avuto il menarca prima degli 11 anni
  • Il trend è in aumento (studio SisMer 2024)

Traduzione per chi non mastica pedagogia: una fetta non trascurabile di bambine di 10-11 anni sta già attraversando la pubertà. E tu, maestra, le devi spiegare cosa sta succedendo al loro corpo senza fare “educazione sessuale” (quella no, ci vuole l’esperto autorizzato dai genitori).

In pratica: “Cara, ti sta crescendo il seno e tra poco sanguinerai una volta al mese, ma NON posso spiegarti perché. Chiedi a mamma, alle amichette, alla cugina o a TikTok. Buona fortuna!”

Membri per diabetici, direbbe qualcuno.

Posto che parlare di sesso ai bambini non è facile (dei preadolescenti non ne parliamo, sono peggio), mi sono chiesta: abbiamo ancora addosso il retaggio cattolico?

Risposta breve: sì e no.

Nel 2025 gli italiani mostrano crescente apertura: più contraccettivi, accettazione delle relazioni omosessuali (evviva), riduzione del divario di genere (evviva al quadrato). Ma:

  • Quasi un terzo della popolazione considera il sesso ancora “tabù” o “delicato”
  • La percezione è più forte tra i giovani 18-30 anni (28%) e gli adulti 35-55 (31%)

Traduzione: i genitori di oggi sono più sessuofobici dei figli. Perfetto, no?

Possiamo fare mille discorsi sulla cultura patriarcale, sulla rivoluzione sessuale, sui social che hanno normalizzato tutto (porno, sexting, revenge porn), ma la verità è semplice: abbiamo paura di parlare di una cosa che facciamo tutti (altrimenti la popolazione umana sarebbe un ricordo…oddio, sta già diminuendo in effetti…).

Guardiamo cosa succede nel resto d’Europa, giusto per farci venire un po’ di invidia (e prepariamo il gastroprotettore).

In Italia: educazione sessuale non obbligatoria, affidata a “iniziative regionali” (traduzione: chi si improvvisa quando capita). In 15 anni abbiamo prodotto 39 progetti, di cui 23 “one-off” – cioè facciamo una cosa, poi ce ne dimentichiamo come i buoni propositi della dieta e palestra. La formazione docenti? Volontaria. E a pagamento, ovvio.

Nel resto d’Europa: educazione sessuale obbligatoria nell’85% dei Paesi, con curriculum nazionali, linee guida dettagliate e 120-150 progetti per Paese. In Finlandia hanno addirittura un modulo di laurea dedicato. Nel 70% dei Paesi UE iniziano già alle primarie.

I risultati? DAL 2018 al 2023:

In Europa: riduzione del 15-20% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili), maggiore consapevolezza su consenso e relazioni sane.

In Italia: In Italia (nelle regioni dove qualche santo ha fatto partire programmi CSE): riduzione del 24% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST,  maggiore consapevolezza del consenso ed utilizzo di contraccettivi. Praticamente funziona ma a macchia di leopardo.

In Italia preferiamo affidare tutto a 39 progetti sparsi in 12 regioni su 20 (il Sud praticamente assente, perché lì forse i bambini nascono ancora sotto i cavoli o li portano le cicogne?). E poi ci chiediamo perché i ragazzi credono che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo affidabile (quando non pensano che basti un bacio per una gravidanza).

Il punto non è se dobbiamo fare educazione sessuale. Il punto è che i ragazzi se la faranno comunque – ma su PornHub, su forum dubbi, su TikTok.

Preferiamo davvero che un quattordicenne impari il sesso da “xXxAlphaMan2010xXx” piuttosto che da un adulto preparato e formato? Dai genitori sappiamo che in molti casi è fuori discussione perché ad una certa età non vengono considerati nemmeno più confidenti.

Ma forse il problema è nostro. Se parlare di sesso ci fa ancora paura, crea imbarazzo e timori, forse siamo noi che trasmettiamo il tabù evitando l’argomento.

Potrebbe anche venire il giorno in cui un bambino chiederà a ChatGPT come nascono i bambini. E chissà, magari la risposta sarà migliore di “te lo spiego quando sarai più grande”.

O magari gli citerà un trend di TikTok.

Nell’attesa torno a ragionare e riflettere

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Se questa proposta di legge passa, preparatevi a generazioni che pensano che il ciclo mestruale sia una fase lunare e che il petting sia un modo per accarezzare il cane.

Buona fortuna, Italia. Ne avremo bisogno.

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Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus, Sopravvivenza Docenti

Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.

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L’Arte Perduta dell’Autoregolazione: Quando Diventiamo Schiavi delle Nostre App

Riflessioni di una ribelle digitale tra gelati, sagre e il coraggio di scegliere

Premessa

Scrivo questo articolo con un gelato da 500 calorie in una mano e zero sensi di colpa nell’altra.

È proprio durante questi momenti di pausa che emergono le riflessioni più lucide sulla nostra società. E quella di oggi è particolarmente amara: forse stiamo perdendo l’arte dell’autoregolazione.

Tra una festa patronale e una sagra di paese, ascoltando podcast vari ho riflettuto su un fenomeno inquietante: sempre più adulti si affidano all’intelligenza artificiale per pianificare le proprie giornate.

Ma quando esattamente abbiamo smesso di essere capaci di autoregolazione?

Non sto parlando di ottimizzazione aziendale o di gestione di progetti complessi o pianificazione della vita in famiglia (con bambini specialmente) o del viaggio (quello richiede necessariamente un minimo di pianificazione). Parlo di persone che chiedono a ChatGPT quando fare la doccia, cosa mangiare a colazione, come organizzare il weekend. Adulti funzionali che hanno deciso di delegare a un algoritmo le decisioni più basilari della loro esistenza e scaricano app che gli ricordino quando mangiare, bere e chissà che altro.

Il Paradosso della Complessità Umana

Ricapitoliamo i nostri successi come specie: abbiamo inventato la ruota, creato opere d’arte che attraversano i millenni, sviluppato cure per malattie che un tempo erano mortali. Eppure non riusciamo più a decidere autonomamente quando bere un bicchiere d’acqua.

La collezione delle assurdità digitali del 2025 include:

App per pianificare la giornata al minuto, perché evidentemente andare in bagno senza programmazione è pura anarchia.

App per ricordarsi di bere acqua, e qui mi fermo davvero stupita: non sapete più quando avete sete? Il vostro corpo non vi manda più segnali comprensibili?

App per la mindfulness, che è forse il paradosso più grande di tutti. Per raggiungere la consapevolezza del momento presente utilizziamo uno strumento che ci distrae dal momento presente. Come direbbero a Genova: “Battitene u belin” – questa è vera mindfulness versione dialettale.

La Paura delle Conseguenze

Ma perché siamo arrivati a questo punto? La risposta è più semplice di quanto sembri: abbiamo paura delle conseguenze delle nostre scelte.

Decidere significa scegliere. Scegliere comporta assumersi responsabilità. E le responsabilità portano inevitabilmente conseguenze che dobbiamo pagare di persona.

Facciamo esempi concreti dalla vita reale:

Se scelgo di andare in riviera nel weekend, so già che mi aspettano tre ore di coda, la ricerca spasmodica di un parcheggio e il conseguente stress da traffico. Conseguenze prevedibili e fastidiose, ma il prezzo del mio piacere. Sta a me decidere se pagare quel prezzo.

Se come insegnante decido di mettere una nota al bambino che da sette giorni non fa i compiti, so che forse dovrò affrontare genitori inferociti che mi spiegheranno che loro figlio è “dislessico-disgrafico-disortografico-discalculico” (stranamente mai certificato e miracolosamente guarito quando prende bei voti).

Ecco forse il perché alcuni adulti delegano all’intelligenza artificiale: non per pigrizia, ma per vigliaccheria emotiva. L’AI non deve gestire le conseguenze sociali delle nostre decisioni, non deve affrontare le critiche, non deve giustificare le scelte impopolari e sembra di fare la cosa giusta, cosa che se scegliamo autonomamente non sapremo fino a che non arriveranno le conseguenze. L’AI ci dona in realtà l’illusione di fare la scelta giusta ma alla fine, qualsiasi cosa sceglieremo, ne pagheremo le conseguenze.

La Trappola dei Metodi Miracolosi

Parallelamente a questa dipendenza dall’AI, assistiamo al proliferare di metodologie (e guru vari) che promettono di ottimizzare la nostra produttività attraverso la rigida pianificazione temporale.

Tempo fa mi iscrissi al canale Telegram di una donna simpatica che insegna disegno. Il perché rimane un mistero anche per me, considerando che poi non seguo mai questi contenuti (non perché non sia brava ma perché mi faccio assorbire dalla vita fuori dallo smartphone), ma mi colpì il suo consiglio: “Metti un timer di 5-10 minuti e disegna ogni giorno”.

Il mio compagno, in una chiacchierata in macchina su questo tema, mi ha citato, non senza quell’ironia caustica che mi ha fatta innamorare di lui, il metodo pomodoro di cui gli avevano parlato.

Il metodo Pomodoro, il metodo 30-10, il metodo questo-e-quell’altro…

Alcuni adulti vanno alla ricerca di un metodo per scandire il tempo, regolarlo, imbrigliarlo in attività più o meno produttive ma non ha alcun senso interrompere artificialmente il flusso creativo o lavorativo per rispettare il timer.

Quando lavori, la concentrazione dura quello che deve durare: trenta minuti, sessanta, novanta. Dipende dal compito, dalla giornata, dal tuo stato mentale. La pausa caffè è sacra e necessaria, ma arriva naturalmente quando il cervello ne ha bisogno, non quando suona la campanella digitale.

Se spezzi il flusso ogni 25 minuti come un cronometro nevrotico, poi fai il triplo della fatica a ripartire. È come interrompere un musicista nel mezzo di un assolo per dirgli: “Pausa, riprendi tra cinque minuti”.

Il Disegno come Metafora della Vita

L’esempio del disegno è particolarmente illuminante, ma vale per qualsiasi hobby o forma espressiva. Per l’atto creativo – a meno che tu non sia un illustratore professionista con deadline – la regola dovrebbe essere semplicissima: disegna quando ne hai voglia e solo se ne hai voglia.

Pace se non lo farai tutti i giorni. Il mondo non imploderà. L’importante è che quando prendi in mano la matita lo fai per piacere, non per rispettare il comando di un timer.

Questa ossessione per la quantificazione e la programmazione rigida sta uccidendo proprio quello che dovrebbe alimentare: la spontaneità, la creatività, la gioia di fare le cose.

Confessioni di un’Anarchica Digitale

Devo ammettere di essere una persona allergica a confini e costrizioni di qualsiasi genere. Mi definisco un’anarchica, il che non significa “senza regole” – come spesso si fraintende – ma piuttosto “con le mie regole, basate sul buon senso e sul rispetto reciproco”.

Probabilmente sono io che sbaglio. Forse questa pianificazione ossessiva funziona davvero per qualcuno, non lo escludo a priori. Ma mi sembra che si stia esagerando con metodologie che – al di là degli studi accademici in vista di esami importanti o lavori che richiedono un timing preciso e una certa organizzazione- non hanno alcun senso di esistere nella vita quotidiana.

Il Segreto di Pulcinella: Conosciti

La soluzione non è nell’ennesima app rivoluzionaria o nel metodo del momento. Il segreto è antico quanto l’umanità: conosciti (e già Socrate lo aveva capito).

Scopri quando lavori meglio, come funzioni, qual è il tuo ritmo naturale. Non quello suggerito dall’influencer di turno o dall’algoritmo più avanzato, ma il TUO.

Sperimenta, sbaglia, riprova fin quando non capisci quando funzioni meglio.

Alcuni sono più produttivi la mattina presto, altri la sera tardi. C’è chi ha bisogno di lunghe pause e chi preferisce sessioni intense. C’è chi pianifica tutto e chi improvvisa. Nessun metodo è universalmente giusto o sbagliato.

La Vera Rivoluzione: Il Coraggio di Essere se Stessi

Il problema non è che l’intelligenza artificiale ci sostituirà nel lavoro. Il vero problema è che ci stiamo sostituendo nel coraggio di vivere secondo la nostra natura.

Abbiamo barattato l’autenticità con la sicurezza dell’omologazione digitale. Preferiamo seguire le indicazioni di un’app piuttosto che ascoltare i segnali del nostro corpo e della nostra mente.

Ma la vita non è un progetto da ottimizzare, è un’esperienza da vivere. E per viverla pienamente dobbiamo recuperare il coraggio di fare scelte imperfette, di accettare le conseguenze, di sbagliare e imparare.

Conclusione (Scritta Rigorosamente Senza Timer)

Mentre concludo questo articolo – senza aver consultato alcuna app per sapere se fosse il momento giusto per farlo – mi godo gli ultimi raggi di sole di questa giornata di vacanza.

Domani potrei scegliere di andare a un’altra sagra, oppure restare a casa a leggere, o magari fare una passeggiata senza meta. Non lo so ancora, e questa incertezza non mi spaventa. Anzi, mi entusiasma.

Perché decidere significa essere vivi. E essere vivi significa accettare l’imprevisto, l’imperfezione, le conseguenze delle nostre scelte.

L’autoregolazione non è un’abilità che abbiamo perso per sempre. È un muscolo che possiamo riallenare, ogni giorno, con ogni piccola decisione presa in autonomia.

Iniziate da cose semplici: bevete quando avete sete, mangiate quando avete fame, riposatevi quando siete stanchi (impegni lavorativi e familiari permettendo). Ascoltate il vostro corpo prima dell’app, la vostra intuizione prima dell’algoritmo.

La rivoluzione più radicale del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a essere umani.

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Questo articolo è stato scritto in più sessioni, senza timer, seguendo il flusso naturale dei pensieri. E il gelato era davvero buonissimo.

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Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Quando non distinguo la mia noia dalla loro

Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza

Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.

Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?

È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.

Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.

Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?

Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.

E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?

Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.

Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.

Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?

Non lo so. E forse è proprio questo il problema.


La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.

Scuola (in) Supposta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Adolescence e lo sguardo che non scappa

La serie Adolescence non ha fatto solo parlare di sè per mesi, ma ha vinto tutto agli Emmy 2025. Sei premi, tra cui quello per la migliore serie limitata (per fortuna, anche solo una puntata in più avrebbe fatto venire un infarto o sviluppato paranoia in genitori, docenti ed educatori). Stephen Graham miglior attore protagonista (meritatissimo). Un trionfo annunciato.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che ci mostra un tredicenne accusato di omicidio, e nessuno — né genitori, né insegnanti, né spettatori — sa davvero cosa fare. Non è una serie da capire. È una serie da attraversare.

Il linguaggio del trauma

Ogni episodio è girato in piano sequenza. Non c’è stacco, non c’è respiro. È il linguaggio del trauma, non della narrazione. Quando guardi Jamie, il protagonista, non hai scampo: sei costretta a rimanere lì, con lui, nel suo silenzio assordante.

Le emoji non sono decorazioni: sono sintassi emotiva di un mondo adolescenziale che trova nuovi linguaggi preclusi al mondo adulto. E gli adulti, come da tradizione, non le capiscono.

Noi maestre, noi educatori, quante volte ci siamo trovati davanti a questi codici cifrati? Quante volte abbiamo liquidato come “stupidaggini” quelli che invece erano disperati tentativi di comunicazione?

L’assenza che pesa

I genitori sono assenti. Gli insegnanti sono comparse. Il sistema scolastico è un corridoio vuoto.

Questa frase mi ha colpita come un pugno allo stomaco, non ricordo bene dove l’ho sentita ma non se ne va perché è vera. Perché troppo spesso, quando un ragazzo implode, ci accorgiamo di essere stati solo delle comparse nella sua vita. Presenti fisicamente, assenti emotivamente.

Nessuno salva Jamie, il protagonista. E forse non c’è nulla da salvare. Solo da vedere.

L’implosione silenziosa

Jamie non grida. Non si difende. Implode. E tu, che hai visto bambini implodere senza fare rumore, sai cosa significa. Sai che non serve un lieto fine. Serve uno sguardo che non scappa.

Quanti Jamie ho incontrato in questi anni di insegnamento? Ragazzini che non disturbano, che non danno problemi, che rimangono seduti in silenzio mentre dentro di loro crolla tutto. Quelli che fanno meno rumore sono spesso quelli che stanno peggio. Quelli che non disturbano il mondo adulto con i loro problemi, che sembrano tranquilli e docili, che assecondano le nostre aspettative, non sono sempre necessariamente resilienti.

Adolescence ci obbliga a guardare questa implosione senza offrirci il comfort di una soluzione facile. Non c’è la maestra che salva il bambino difficile. Non c’è il genitore che finalmente capisce. Non c’è il lieto fine che ci assolve.

Il coraggio di non educare

Adolescence non redime. Non educa. Non spiega. E forse è proprio questo il suo valore.

Come educatori, siamo abituati a cercare sempre la lezione, la morale, il messaggio edificante. Ma a volte la lezione più importante è accettare che non tutto può essere riparato, non tutto può essere spiegato, non tutto ha un senso che possiamo decifrare.

L’adolescenza non è una fase da superare. È un luogo da abitare. Anche se fa male.

Lo sguardo che resta

Cosa significa, per noi che lavoriamo con i ragazzi, avere “uno sguardo che non scappa”?

Significa rimanere anche quando vorremmo andarcene. Significa non cercare soluzioni immediate quando il problema è troppo grande per le nostre competenze. Significa accettare che il nostro ruolo, a volte, è semplicemente quello di testimoni.

Non sempre possiamo salvare. Ma possiamo sempre vedere. E far sentire ai nostri ragazzi che qualcuno li sta vedendo, davvero, senza giudicare, senza cercare di aggiustare tutto subito.

L’illusione del controllo

Mia sorella ha visto la serie ed è rimasta sconvolta. Ha criticato severamente le famiglie che fanno uscire i ragazzini così giovani (11-13 anni) la sera fino alle dieci e mezza, sostenendo che certe abitudini non sono educative e possono essere “di una certa cultura”.

Al di là della cultura, non penso che i divieti possano servire a qualcosa. Non è chiudendo in casa tuo figlio o figlia e incatenandolo al termosifone che lo salvi, anzi… Il problema di Adolescence è che ti fa vedere che anche il figlio o la figlia più educati, intelligenti e apparentemente miti possono sobbollire ed esplodere. E che la verità più amara è che non conosciamo mai davvero chi cresciamo.

È consolatorio pensare che basti fare tutto “per bene” – orari giusti, regole chiare, controlli serrati – per evitare i disastri. Ma Jamie non è il figlio trascurato di genitori assenti. È quello che potrebbe essere nostro figlio. E questa consapevolezza fa più paura di qualsiasi storia di degrado sociale.

A conferma di questa verità amara è l’ultima frase del padre che, guardando la sorella maggiore di Jamie, dice alla moglie: “Gli abbiamo dato tutto, perché lui non è così?”. Una domanda che non avrà mai risposta e che smaschera l’illusione che l’amore e l’impegno bastino sempre, che ci sia una regola valida per tutti, che basta dargli quello di cui hanno materialmente bisogno o quello che hanno tutti i compagni.

Abitare l’adolescenza

Adolescence ci ricorda che l’adolescenza non è una malattia da curare o un problema da risolvere. È una condizione umana da rispettare, anche quando – soprattutto quando – ci fa sentire impotenti.

I nostri Jamie, quelli che abbiamo in classe ogni giorno, hanno bisogno di adulti che sappiano stare nel disagio senza scappare. Che sappiano dire “ti vedo” senza aggiungere subito “e ora ti sistemo”.

La serie ha vinto tutto agli Emmy, ma la vera vittoria sarebbe imparare a stare vicino ai nostri ragazzi senza la pretesa di salvarli sempre. Solo di vederli. Davvero.

La storia è aneddoto, narrazione, dobbiamo solo guardarla con lo spirito critico del “potrebbe succedere” ma considerarlo come uno scenario possibile ma non per questo certo. Spaventa? Certo, così come inquieta e ci fa rendere conto che, pur avendo attraversato l’adolescenza più o meno indenni, non possiamo né dobbiamo crogiolarci nel “ai miei tempi era diverso”. Non è una bibbia da cui trarre verità assolute, ma uno specchio in cui guardare il nostro agire.

La vostra

Maestra Imperfetta


Questo pezzo nasce dalla visione di Adolescence e dalla convinzione che a volte, per essere davvero utili ai nostri studenti, dobbiamo accettare di sentirci inutili. È un paradosso da maestra imperfetta: il coraggio di non aver sempre una soluzione pronta.

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Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

SETTEMBRE: QUANDO LA REALTÀ INCONTRA (O SI SCONTRA?) CON I BUONI PROPOSITI

E siamo qui. Di nuovo al primo giorno di lezioni di settembre. Per alcune regioni il 15, per altre prima o dopo e per le scuole private…boh, ma per tutti i docenti è il giorno in cui tutti i bei piani estivi incontrano la dura realtà della prima campanella.

Durante l’estate, seduti comodamente su quella sdraio (vera o immaginaria che fosse), avevamo tutto pianificato perfettamente. Eravamo diventati la versione premium (pagamento in gelati e souvenir) di noi stessi: zen, organizzati, pieni di energie rinnovabili e idee innovative (o rinnovate). Quest’anno sarebbe stato DIVERSO.

“Quest’anno sarò più paziente”, ci siamo detti mentre guardavamo il tramonto con un cocktail in mano.

“Quest’anno organizzerò tutto nei minimi dettagli”, abbiamo sussurrato accarezzando quell’agenda nuova di zecca comprata con entusiasmo ad agosto (ma quanto è bella la copertina…non vedo l’ora di usarla e ci sono pure attività didattiche).

“Quest’anno rivoluzionerò la mia didattica!”, abbiamo dichiarato mentre pinnavamo su Pinterest attività creative che richiederebbero un team di 47 assistenti e un budget della NASA.

È un po’ come quando a Capodanno decidiamo che andremo in palestra tutti i giorni, mangeremo solo verdure bio, cibi integrali o ricchi di fibre e tante proteine e mediteremo per 30 minuti ogni mattina. Poi il 2 gennaio realizziamo che la palestra è chiusa, le verdure bio costano come un mutuo e gli unici 30 minuti di meditazione li passiamo a fissare il soffitto chiedendoci dove abbiamo messo le chiavi di casa.

La differenza è che a scuola non puoi rimandare al prossimo anno. Lunedì suona la campanella, che tu sia pronto o no. Che tu abbia completato tutti quei meravigliosi progetti estivi o che ti sia accorto solo domenica sera che forse, FORSE, avresti dovuto iniziare prima a preparare qualcosa.

BUON PROPOSITO: “Arriverò sempre a scuola 30 minuti prima per prepararmi con calma” REALTÀ: Arrivi trafelato 2 minuti dopo la campanella perché hai passato 20 minuti a cercare quella maglietta che “doveva essere nell’armadio” e altri 15 a convincere la macchina che sì, deve partire anche se è lunedì mattina (lo fai tu, perché non deve farlo lei?).

BUON PROPOSITO: “Terrò un registro perfetto, aggiornato quotidianamente” REALTÀ: Giovedì ti accorgi che hai ancora il registro chiuso dalla settimana prima e cominci a ricostruire quello che hai fatto durante la settimana, sperando che nessuno vada veramente a guardare.

BUON PROPOSITO: “Preparerò attività coinvolgenti e innovative per tutti” REALTÀ: “Ragazzi, oggi facciamo un bellissimo… ehm… ripasso creativo di quello che abbiamo fatto l’anno scorso!” (traduzione: non ho avuto tempo di inventarmi niente di nuovo e sto improvvisando malamente).

Verso mercoledì della prima settimana arriva quella sensazione che conosco bene: è come quando ti accorgi che hai dimenticato di comprare il regalo per il compleanno di tua nipote e la festa è tra un’ora. Il panico ti assale, ma stranamente ti rende anche più efficiente di quanto tu sia mai stato in vita tua.

È il momento in cui realizzi che:

  • No, non riuscirai a trasformare la tua classe nella versione italiana di una classe giapponese perfettamente rispettosa delle regole e coordinata
  • Sì, probabilmente anche quest’anno userai quelle fotocopie dell’anno scorso (ma con orgoglio, perché funzionavano! Ma alla fine usi l’eserciziario che almeno non ti tocca conservare materiale)
  • La tua programmazione perfetta si trasformerà in un documento “work in progress” che aggiornerai man mano che capisci cosa funziona davvero…ma sapendo che il documento che verrà aggiornato è solo nella tua fantasia e andrai a memoria sperando che Santa Caffeina ti aiuti nel ricordare.

E qui succede la magia. Perché noi maestri siamo come MacGyver, ma con meno capelli perfetti e più macchie di pennarello sui vestiti. Sappiamo trasformare una situazione di emergenza in un’opportunità didattica.

Non hai preparato la lezione di scienze? “Oggi faremo un esperimento di osservazione spontanea!” (ovvero guardiamo fuori dalla finestra e descriviamo quello che vediamo).

Ti sei dimenticato di stampare le schede? “Attività collaborativa! Lavoriamo a gruppi per risolvere un problema!”

Il monitor touch non funziona? “Torniamo alle origini, ragazzi! Oggi facciamo tutto con carta e penna come i nostri nonni!” (che poi è anche vero e funziona benissimo).

Alla fine, dopo 9 anni di settembri (che mi sembrano 18), ho capito una cosa: i buoni propositi non sono il nemico. Il problema è quando diventano una gabbia dorata che ci fa sentire inadeguati.

La verità è che la scuola funziona proprio grazie alla nostra capacità di adattarci, di improvvisare, di trovare soluzioni creative ai problemi quotidiani. Non è un difetto, è una competenza professionale da medaglia d’oro olimpica.

Quegli alunni che entrano in classe lunedì mattina non hanno bisogno della versione “perfetta” di noi. Hanno bisogno di noi, con tutte le nostre imperfezioni umane, la nostra capacità di ridere delle difficoltà e di trasformare anche il più grande imprevisto in un’occasione di crescita.

Quindi, cari colleghi alle prese con lo scontro tra sogni estivi e realtà settembrine, ricordate:

Non è importante avere tutto sotto controllo. È importante saper navigare il caos con un sorriso.

Non è importante aver pianificato tutto. È importante saper cogliere le opportunità che nascono dall’imprevisto.

E se qualcuno vi chiederà “Come va quest’anno?”, potete rispondere con orgoglio: “Stiamo improvvisando brillantemente, come sempre!”

Perché alla fine, cari colleghi imperfetti, noi non siamo solo insegnanti. Siamo equilibristi, psicologi, animatori, mediatori, inventori di soluzioni e, soprattutto, campioni mondiali della categoria “fare miracoli con quello che si ha a disposizione”.

E questo, nessun buon proposito estivo (e nessun pedagogista o altra figura professionale) potrà mai insegnarcelo meglio della realtà di ogni singolo lunedì mattina.

Buon anno scolastico (vero) a tutti!

La vostra solidale (e sempre così in ritardo sui buoni propositi che alla fine li abbandona)

Maestra Imperfetta

P.S. Se qualcuno ha davvero mantenuto tutti i buoni propositi estivi, per favore non scrivetelo nei commenti. Abbiamo già abbastanza sensi di colpa per questa settimana, grazie.

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Pubblicato in: maestra in viaggio

Piccole magie urbane: uno scoiattolo alla fermata

Questa estate, dopo tanto tempo, siamo riusciti di nuovo a viaggiare e…siamo tornati in Francia. Ne ho sentite di ogni sui francesi, pro e contro, ma nei miei articoli non mi spendo in campanilismi, non ne condivido le basi in ogni senso, ma vi parlo di un’esperienza insulsa in verità, ma che mi ha colpita e mi ha ricordato che la meraviglia spesso è dove nemmeno la immagini.

Io ed il mio partner, che denominerò Lui, eravamo in un hotel non troppo distante ma nemmeno vicino al centro a Clermont-Ferrand, città della Cattedrale nera! In realtà la cattedrale è nera perché in pietra lavica, ma ha un effetto gotico fantasy affascinante, specie al crepuscolo.

Prendiamo il tram per andare in centro, non per pigrizia ma perché le fermate sono veramente distanti tra loro come abbiamo imparato a nostre spese sotto il sole estivo nei tempi che furono. Vedo alla fermata il simbolo di uno scoiattolo! SCOIATTOLO! Io, che adoro i roditori e gli scoiattoli mi provocano moti di tenerezza e voglia di rapirne qualcuno, penso che sia una coccola del Fato (ogni tanto mi cullo in queste cose accantonando la ragione) e che magari è il simbolo della città. Ok! Le vacanze partivano già alla grande.

Salgo sul tram e…scopro che non era il totem della città ma il totem di quella fermata. Sopra le porte di ingresso/uscita del silenziosissimo tram c’erano sia la striscia con le fermate scritte sia una bella striscia con le fermate contrassegnate da animali diversi.

Primo pensiero avuto è stato: lo avranno fatto per i bambini! Subito dopo mi sono domandata se in Francia sono meno paranoici di noi e magari lasciano che i bambini prendano il tram da soli per andare a scuola (ed i simboli servano a quello). Si, lo so, ma non è pensare alla scuola questo ma comprendere la cultura dei nostri “cugini tristi” (tristi poi è da vedere visto che era un tripudio di concerti).

Documentandomi ho scoperto che in realtà questi “totem” animali per fermata sono stati pensati per chi è dislessico e persone con problemi cognitivi.

L’uso di simboli visivi come animali o oggetti per identificare le fermate è pensato proprio per aiutare i bambini, gli anziani o chi ha difficoltà con la lettura, ma anche per i turisti. È una forma di design inclusivo, e può anche rendere l’esperienza urbana più piacevole. L’idea che ogni fermata abbia un “totem” animale è quasi fiabesca, come se ogni punto della città avesse il suo spirito guida.

La logica della distribuzione degli animali è basata sulla distanza dal centro, in periferia si trovano gli animali più piccoli (si arriva alla formica) e più ci si avvicina al centro più si va all’elefante o la balena…

Non ho visto un sistema uguale o almeno simile nelle altre città dove son stata, per il momento l’ho visto solo qui ma non escludo che altre città possano aver adottato qualcosa di simile. Di certo viaggiare in questo zoo cittadino mi ha fatto tornare un po’ bambina e mi ha divertita molto di più che leggere i nomi delle fermate (che per giunta venivano riportati dalla voce interfono).

Mi sono domandata perché non lo facciamo qui nella nostra città o in tutta Italia, in fondo sono simboli molto semplici e questo renderebbe le nostre città più inclusive. A volte basta veramente poco per aggiungere un poco di poesia e far sorridere. A costo di apparire infantile ammetto che mi è piaciuto molto e nel cuore mi è rimasta la mia fermata vicino all’hotel: lo scoiattolo! Quando si dice che il buongiorno si vede dal mattino…per me il buon viaggio è partito da una fermata del tram e mi ha confermato che la bellezza si nasconde anche nelle piccole cose quindi occorre tenere gli occhi e il cuore aperto.

Clermont-Ferrand mi ha regalato uno scoiattolo alla fermata, e con lui un sorriso inatteso. A volte basta un dettaglio gentile per sentirsi accolti, anche lontano da casa. E chissà, magari quei simboli servono servono a noi adulti, per ricordarci come si fa a meravigliarsi.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Inizio a.s. 25/26…tutte le scuole si assomigliano tra loro ma ognuna è disfunzionale a modo suo.

Cari colleghi e colleghe, o colleghe e colleghi, insomma, un bel cari tutti coloro che mi seguono (se mi seguono ancora), inizia il nuovo anno si, quello scolastico 2025/26. 

Dopo una bella e, diciamolo, meritatissima vacanza, son tornata carica di voglia di non fare nulla. Chi mi segue credo abbia imparato oramai che sono quella collega senza peli sulla lingua, anche se in questo caso dovrei dire sulle dita visto che scrivo…ma anche sulla lingua dal momento che mi sono lanciata anche nella produzione del Vlog. 

 Passati gli entusiasmi dei primi anni, ho capito come gira la scuola e, conscia che tanto la differenza di certo non la si può fare, che il middle management è sempre appannaggio di pochissimi e che devi sgomitare per avere un incarico, ed una volta dentro devi fare attenzione perché ci sono trame che nemmeno J.R.R. Martin poteva immaginare quando ha scritto “Il gioco dei troni”, mi limito a fare meglio che posso il mio lavoro (questo non implica che ne abbia sempre voglia, ma almeno l’impegno lo metto comunque). Sono al mio nono anno di ruolo a partire dal 1 Settembre, mi domando se festeggiare la mia prima decade il prossimo anno ma bisogna prima vedere se ci arrivo al 2026/27. In questi anni, grazie a voi, agli amici ed ai colleghi nonché agli studi per il master, ho appurato nuovamente la sconcertante verità che dalla letteratura si impara molto di più sull’animo umano che dai manuali specialistici e che, in fondo, Lev Tolstoj non aveva torto, pur senza studi di psicologia né master che ne accertasse le competenze, quando scriveva “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modoperché sono anni che mi dicono che la scuola è una grande famiglia, ogni Istituto Comprensivo e Superiori lo è ed ogni team è una famiglia a parte, microfamiglie nelle famiglie e tutte le realtà si assomigliano terribilmente. 

Non sono le normative, le leggi o le ordinanze ministeriali, nemmeno i CCNL che tutti invocano ma pochi leggono, bensì è la complessità dell’animo umano e la varietà di traumi infantili o meno, caratteri e insicurezze (con relative modalità di nasconderle) che si incontrano e si scontrano a renderci sereni, infelici, incavolati o entusiasti e, ammettiamolo, saltiamo da un sentire all’altro anche in una sola ora durante l’anno scolastico. 

Siamo tanti, siamo semplici e siamo complessi, abbiamo un bagaglio di stanchezza e disillusioni che va a scontrarsi alla velocità della luce con l’entusiasmo e un po’ di ragionevole e comprensibile, per non dire fisiologica, sicumera delle neolaureate fresche anche di concorso (ce l’avevo anche io da neolaureata). A ripensare alla me stessa di 9 anni fa mi viene da sorridere perché non avrei mai immaginato di arrivare alla disillusione e cinismo di oggi, anche se una buona dose di questo l’ho sempre avuta nel DNA, ma, come tutti i pensieri intrusivi che affollano le nostre menti più o meno sane, si impara ad accoglierli, accettarli perché in fondo anche loro, come i bimbi oppositivi, hanno solo bisogno di essere compresi per cambiare. Non critico le colleghe disilluse e nemmeno quelle entusiaste, per cui provo quasi una sincera invidia, non voglio nemmeno criticare ferocemente e ingiustamente i DS che, come ho potuto osservare, si trovano a barcamenarsi tra buropazzia, legislazione scolastica e faide interne di cui si trovano ad essere l’ago della bilancia. Come gli anni precedenti, o forse più di prima, rifletto e vi restituisco un’immagine della scuola italiana dal punto di vista personalissimo di una docente primaria che osserva solo per ragionare assieme su aspetti che emergono nel vissuto quotidiano dentro e fuori dalla scuola (Maestra anche lei fa la spesa qui? Come va mio figlio?) con ironia caustica, a tratti tagliente e volutamente provocatoria non per indignarvi ma per ridere di aspetti che riguardano tutti noi, anche quando non sono piacevoli. Perché lo faccio? Me lo sono chiesta anche io, ma alla fine penso che sia per non sentirmi isolata pedagogicamente e per condividere con voi le rotte che mi ritrovo a prendere in questo immenso oceano che è l’educazione/istruzione. Come diceva una mia ex DS la scuola ti mette a costante prova…emotiva. 

Il blog cambia giorno di pubblicazione spostandosi a Martedì alle 9:00 a.m. (mi sembra strano ma proviamo a dar retta alle statistiche).

Buon inizio a tutti/e e che dire? Speriamo che ce la caviamo (anche questo anno)! 

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

La Grande Rivelazione delle Relazioni di Fine Anno: Ovvero Come Ho Scoperto di Non Sapere Cosa Sia una Relazione

È arrivato quel momento dell’anno, cari colleghi. Quello in cui apri la mail e trovi LA CIRCOLARE. Quella degli adempimenti di fine anno. E io, povera illusa, l’ho letta pensando di aver capito cosa dovessi fare.

Relazione di fine anno per ogni materia“, diceva. Chiaro, no? RELAZIONE. Una parola che conosco bene, che ho studiato al liceo, approfondito all’università, perfezionato nelle scuole precedenti. Una cosa seria, insomma. Inoltre la circolare parlava di relazione per materia e nelle indicazioni per il nome del file era chiaramente indicato di mettere il nome del Docente…io, ingenua, ho dedotto di dover fare un file nominato come da indicazione, per ciascuna materia contenente una relazione appunto. Ma cosa è una relazione?

Io pensavo che una relazione fosse quello che mi hanno sempre insegnato: un resoconto articolato e ragionato. Una di quelle cose scritte con criterio, dove racconti:

  • Cosa hai fatto durante l’anno
  • Come l’hai fatto
  • Quali difficoltà hai incontrato
  • Quali strategie hai messo in campo
  • Quali risultati hai ottenuto
  • Cosa funziona e cosa no

Insomma, un documento professionale che dia conto del lavoro svolto. Soprattutto considerando che quest’anno ho navigato tra:

  • INVALSI (ovviamente)
  • Uscite didattiche dove ho fatto da sherpa a 20 bambini
  • Progetti musicali di banda (perché evidentemente siamo tutti musicisti mancati)
  • Progetti teatrali con costumi fai-da-te e bambini che dimenticano le battute
  • Progetti scientifici che sembravano fighi sulla carta ma nella realtà…mai più (almeno fino al prossimo anno)
  • Lavoretti per ogni festa del calendario (e pure qualcuna inventata)
  • Assenze prolungate per infortuni e malattie (mie e dei bambini)
  • Le 200 ore di lezione effettive sulla carta tra interruzioni varie ed eventuali incluse ricreazioni e mensa.

Tutto questo mentre cercavo di far evolvere i miei piccoli dai “non so leggere” di settembre ai “leggo Harry Potter” di maggio, gestendo nel frattempo 40 bambini con BES/DSA/ADHD con amore e una scorta di psicofarmaci (unicamente miei).

Poi è arrivato LUI. Il messaggio illuminante sulla chat delle colleghe. Quello che ha cambiato la mia visione del mondo scolastico per sempre.

“Ma cosa scrivi a fare la relazione? Basta mettere: ‘La programmazione si è svolta come da registro’ e via!”

MOMENTO SILENZIO COSMICO.

Aspetta… COSA?! 🤯

Tu mi stai dicendo che tutto quello che ho fatto quest’anno – le ore extra lavorative passate a creare materiali personalizzati, le 82 verifiche corrette in modalità “occhi che sanguinano”, tutto l’esercizio fatto, la voce quasi persa, le tracheiti e laringiti sfiorate a spiegare 10 volte stesso concetto, tutto questo si riassume in UNA FRASE FOTOCOPIA DI 8 PAROLE?!

Eccomi quindi nel limbo pedagogico-burocratico più totale, divisa tra due mondi paralleli:

  • Introduzione metodologica
  • Analisi del contesto classe
  • Obiettivi prefissati vs obiettivi raggiunti
  • Strategie didattiche implementate
  • Criticità emerse e soluzioni adottate
  • Conclusioni

La circolare parlava chiaro (o almeno, IO credevo parlasse chiaro): serviva una RELAZIONE. Non un haiku. Non un tweet. Non un’emoji. Una RELAZIONE.

Ma evidentemente il mio concetto di “relazione” è rimasto fermo ai tempi dell’università, quando i professori volevano davvero sapere cosa avevi imparato e come.

E qui arriva la domanda da un milione di euro: cosa si aspetta davvero il DS?

Il bello è che vuole pure che il file sia nominato in un modo specifico, con codici e protocolli da NASA. Ma se poi dentro ci mettiamo una frase fatta, che senso ha tutta questa precisione formale?

Nel frattempo, io cerco disperatamente di mettere in ordine il registro elettronico che ha deciso di fare sciopero da settembre. Perché sì, devo consegnare tutto entro il 10 giugno, e decifrare cosa ho fatto quest’anno dal registro è più difficile che tradurre i geroglifici egizi e tanto non funziona comunque da Settembre.

Quando hai il coraggio di chiedere “Ma perché si fa così?”, ti guardano come se avessi bestemmiato in chiesa durante la messa di Natale. La risposta è sempre la stessa: “Si è sempre fatto così!”

E allora mi chiedo: è più grave non sapere cosa sia una relazione, o sapere cos’è ma fare finta di niente perché “tanto va bene così”?

Anni di formazione universitaria, corsi di aggiornamento infiniti, webinar pedagogici che non finiscono mai, libri metodologico didattici divorati…per arrivare alla saggezza suprema di 8 parole copiate-incollate che si tramandano come la ricetta della nonna per il ragù (no, io non ce l’ho perché mia nonna non faceva il ragù).

Nel dubbio, ho deciso di affidarmi alla protezione divina. Invoco:

  • San Erasmo da Rotterdam, protettore degli insegnanti smarriti nelle circolari ministeriali
  • Santa Pazienza, patrona di chi deve decifrare geroglifici burocratici con scadenze impossibili
  • San WhatsApp, l’app miracolosa che il MIM non ha mai proposto ufficialmente ma che è diventata il nostro vero registro elettronico

E se tutto va male, c’è sempre il jolly: barattare la formula magica per far funzionare il registro elettronico con una scorta di caffè della macchinetta e quel che resta della mia sanità mentale.


Alla fine, cari lettori, ho capito una cosa: in questa scuola non importa cosa sai fare, ma cosa sai copiare. E voi, come la pensate? Siete del team “Relazione Seria” o del team “Frasetta Salvavita”?

Scrivetemi nei commenti le vostre esperienze di fine anno… se riuscite a decifrare cosa dovete scrivere nelle vostre relazioni!


A presto la vostra confusa

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Fine Maggio: la luce in fondo al tunnel

A fine maggio il docente medio è stremato, così alla frutta che salterebbe il dessert e laverebbe i piatti pur di non tornare a compilare moduli da inviare entro un paio di ore (nel migliore dei casi).

Dopo una mattinata con una quinta tra animali impagliati a metà 800 e una giornata di scarpinata con le terze passando in rassegna mentalmente professioni creative alternative a questa professione, eccomi a scrivervi nonostante la stanchezza mi faccia chiudere gli occhi.

Ormai manca una settimana, poi ci saranno gli scrutini dove dovremo scegliere da menù a tendina l’opzione che più si avvicina a quella descrivente il pargolo.

E intanto mi domando: perché lo faccio? Perché continuo a scrivere su questo blog? Perché qualcuno deve testimoniare. Perché anche la stanchezza merita il suo momento di gloria, prima che venga archiviata sotto la voce “vacanze estive” come se davvero bastassero tre gelati e un paio di ciabatte per disintossicare il cervello.

A questo punto dell’anno scolastico, il docente medio ha perso:

  • la pazienza,
  • l’uso completo della memoria a breve termine,
  • ogni residua capacità di sorridere senza sembrare sotto effetto di ansiolitici.

In compenso ha guadagnato:

  • un’abilità inedita nel distinguere i suoni di un’aula infestata da 26 esseri umani (potenzialmente) in fase pre-esplosiva,
  • una certa familiarità con il linguaggio passivo-aggressivo dei gruppi WhatsApp (“Scusate, ma non era già stato detto che…?”),
  • e una tolleranza ormai patologica al nonsense burocratico: “Entro domani, compilare il modulo C/34bis per la rendicontazione delle attività integrative sul benessere emotivo del criceto scolastico.”

Nel frattempo, i colleghi si dividono in due categorie:

  1. quelli che hanno già organizzato tutto per il prossimo anno, con planning a colori e codici QR per ogni attività (li guardi come si guarda un unicorno albino),
  2. e quelli che, come me, vivono alla giornata, inseguendo le scadenze come se fossero mosche impazzite e chiedendo ogni 45 minuti: “Ma oggi è martedì o venerdì travestito da lunedì?”

E poi ci sono loro: gli studenti. Che, animati da un’energia inspiegabile e fuori da ogni legge della termodinamica, continuano a domandarti se “faremo qualcosa di divertente” fino al 10 giugno. Come se il solo fatto che io sia ancora in piedi non fosse già intrattenimento estremo.

Ma tranquilli. Resisteremo. Con le occhiaie come medaglie al valore, le scarpe impolverate dalle uscite didattiche e l’anima che sogna una stanza insonorizzata dove nessuno dica mai più “progettazione interdisciplinare”.

Siamo docenti imperfetti, ma con una resistenza degna di una maratona su sabbie mobili, e scusate se è poco.

A Giugno (ormai vicino, forza) la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA PER MAESTRI: LE ULTIME DUE SETTIMANE DI SCUOLA PRIMARIA

E siamo al 23 maggio…si comincia a vedere un pochino di pace all’orizzonte…si ok, ci sono ancora scrutini, collegio, riunioni varie e altre amenità ma in sostanza tutto sommato non ci saranno i bambini e questo permetterà di fare tutto con relativa calma.

Attenzione però, questo sarà tra due settimane, non prima, quindi tocca stringere i denti e resistere questi ultimi giorni in cui l’elettroencefalogramma dei bambini (e dei docenti) è più piatto del mare calmo di agosto e non ti seguono nemmeno più (ma in fondo nemmeno tu ne hai così voglia). Non so se vi capita ma a me succede come quando mi scappa terribilmente ed entro in casa…non sono ancora in bagno ma è proprio al varcare della soglia che sembra non farcela più, anche se prima di aprire la porta te la tenevi egregiamente mostrando un allenamento della vescica da campione olimpico.

A me capita nell’ordine: spettacolino di fine anno delle terze e pizzata di classe con la rumorosissima quinta cui voglio bene certo, ma quanto chiasso generano!

Come sopravvivere a queste ultime due settimane?

C’è chi stoicamente avanza fino a scrollare stremato al termine del 10 giugno (ammirevole ma non riesco) e chi invece trova un modo per barcamenarsi tra la stanchezza propria e degli alunni unita a barili di liquirizia per contrastare l’abbassamento di pressione dovuto al caldo afoso delle aule (e volete farci stare anche Luglio? Installate condizionatori grazie).

A questo punto dell’anno, la programmazione didattica è un ricordo lontano quanto la vostra ultima notte di sonno tranquillo. È il momento perfetto per tirare fuori dal cilindro quelle attività che avete tenuto in serbo per questi momenti di disperazione:

Film “educativi”: “Oggi analizzeremo le emozioni guardando Inside Out” (mentre voi completate freneticamente le valutazioni finali).

Laboratori artistici: Niente calma dei bambini come farli disegnare. “Creiamo un ricordo dell’anno scolastico!” (traduzione: 45 minuti per finire di correggere gli ultimi test mentre loro pasticciano con colori e colla).

La lezione all’aperto (valido solo se la scuola ha un giardino): In giardino a “osservare la natura” (leggasi: far correre i bambini finché non esauriscono un po’ di quella infinita energia).

Nelle ultime due settimane, i genitori si risvegliano improvvisamente dal loro letargo annuale:

  • Il genitore con la richiesta impossibile: “So che domani è l’ultimo giorno, ma potrebbe preparare un piano di recupero personalizzato di 50 pagine per l’estate?”
  • Il genitore preoccupato per il futuro: “Pensa che mio figlio sia pronto per diventare neurochirurgo? Ha solo 7 anni ma vorrei iniziare a prepararlo.”
  • Il genitore portatore di regali: L’unico che merita il paradiso. Accettate quel vassoio di biscotti fatti in casa con la gratitudine di chi non ha avuto tempo di pranzare negli ultimi tre giorni e divoratelo come se non mangiaste da mesi.
  • Il sorriso congelato: Mantenete un’espressione cordiale mentre dentro ripetete il mantra “mancano solo X giorni”.
  • La risposta programmata: “Che idea interessante! Cercherò qualcosa al caso suo e le farò sapere (un ghosting educato).
  • La tecnica della delega educativa: “Questo sarebbe un ottimo progetto da fare insieme durante l’estate! Perché non ne approfittate per fare attività in famiglia?”

Nessun maestro/a dovrebbe affrontare le ultime due settimane senza:

  • Scorta segreta di cioccolato: Nascosta in un posto che nemmeno il più abile dei vostri piccoli investigatori saprebbe trovare.
  • Salviette disinfettanti: Per quando un bambino vi informa candidamente che “non si sente tanto bene” dopo aver starnutito direttamente sul vostro pranzo.
  • Piano B, C, D ed E: Per quando la lezione pianificata dura 10 minuti invece dei 60 previsti perché i bambini hanno l’attenzione di un cucciolo alla vista di uno scoiattolo. Non preoccupatevi, alla peggio cartone animato su you tube kids in inglese che tanto siamo all’ultimo.
  • Una scusa pronta per le colleghe: “Mi dispiace, devo proprio andare a… controllare una cosa urgente in… biblioteca” (mentre vi dirigete rapidamente verso l’unico bagno dove nessuno vi troverà per 5 minuti di pace).

L’apocalisse dei quaderni, libri e lavoretti da restituire:

  • L’approccio “archeologia scolastica”: “Oggi esploreremo cosa c’è nei nostri banchi!” (traduzione: per favore, svuotate quei banchi prima che dobbiamo chiamare la protezione civile).
  • La tecnica “è un regalo”: Qualsiasi cosa non identificabile prodotta durante l’anno diventa improvvisamente “un progetto artistico da portare a casa”. Quei 12 fogli accartocciati? Un’innovativa “scultura di carta”. Quella cosa appiccicosa in fondo al banco? “Arte concettuale contemporanea”.
  • La borsa misteriosa: Preparate grandi sacchetti con il nome di ciascun bambino. Tutto ciò che trovate finisce nel sacchetto corrispondente senza fare domande. I genitori se ne occuperanno (o più probabilmente butteranno tutto appena voltato l’angolo).

Non ne avete voglia? Nessun problema, nessuno ve ne fa una colpa, alla peggio si gioca a pulire la classe e così li si sfrutta per dare loro una bella lezione e al contempo rispariarvi mal di schiena (e scusate se è poco).

Cari maestri esausti, ricordate: mancano solo 14 giorni, 336 ore, 20.160 minuti… ma chi sta contando?

E quando tutto sembra perduto, quando l’ennesimo bambino vi chiederà “Maestra, ma domani dobbiamo venire a scuola?”, chiudete gli occhi e visualizzate: voi, una spiaggia, un libro che non sia un sussidiario, e la dolce consapevolezza che per due meravigliosi mesi non dovrete sentire la frase “Maestra, Luca mi ha tirato i capelli!” o, se non vi piace il mare potete immaginare la montagna o una città d’arte…io di solito visualizzo un capibara sotto una fontanella.

Resistete. L’estate è alle porte, e insieme ad essa, la vostra sanità mentale.


Questo articolo è stato scritto da una maestra sopravvissuta. Qualsiasi somiglianza con situazioni reali non è casuale, è statisticamente inevitabile. Letto e approvato dal club segreto “Maestri al limite della sopportazione di fine maggio”.

A presto, la vostra solidale

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

SINDROME DA METÀ MAGGIO: QUANDO L’INVALSI INVALIDA IL DOCENTE

Care colleghe disperate e cari colleghi allo stremo, bentornati sul blog di chi, come voi, sta cercando di arrivare a fine anno con un briciolo di sanità mentale. Oggi parliamo di quel fenomeno tanto diffuso quanto ignorato dalla medicina ufficiale: la “Sindrome da metà maggio post-Invalsi”.

I sintomi, rigorosamente certificati

Iniziamo con un’autodiagnosi. Se vi riconoscete in almeno tre dei seguenti sintomi, congratulazioni! Siete ufficialmente affetti da SMPI (Sindrome da Metà maggio Post-Invalsi):

  • Occhiaie da panda in lutto: non quelle da tentativo maldestro di un trucco sfumato chiamato smokey eye (mi pare si chiami così) da diva, ma quelle profonde che fanno chiedere ai genitori durante i colloqui se state attraversando una crisi esistenziale. Risposta: sì, si chiama “terzo trimestre”.
  • Dipendenza da caffè di grado avanzato: quando la macchinetta della sala docenti/professori vi riconosce e inizia a preparare il caffè ancora prima che inseriate la monetina. O peggio, quando il barista sotto scuola ha già pronto il vostro “solito” e vi chiede: “Sempre doppio, vero?”
  • Vocabolario ridotto a due espressioni: “Silenzio!” e “Abbiamo già spiegato questo a settembre”. Ogni tentativo di elaborare frasi più complesse produce suoni incomprensibili o sospiri prolungati.
  • Sogni ricorrenti a tema Invalsi: vi svegliate di soprassalto cercando di ricordare se avete compilato correttamente il modulo con i codici studente, o peggio, sognate di correggere all’infinito i dati anagrafici sbagliati mentre una voce fuori campo urla: “Il tempo sta per scadere!”

La preparazione all’Invalsi: un viaggio nell’assurdo

Chi ha inventato le prove Invalsi evidentemente non ha mai messo piede in una classe reale. O forse sì, ma era sotto effetto di sostanze psichedeliche molto potenti.

Per settimane ci siamo trasformati in addestratori di circo: “Ragazzi, dovete annerire COMPLETAMENTE il pallino, non fare una X, non colorarlo a metà, non disegnare faccine sorridenti attorno.

“No, Carletto, non puoi usare il bianchetto se sbagli. No, Ahmed, non puoi cambiare risposta. No, Chen, non puoi scegliere due risposte per essere sicuro. No, non posso aiutarti anche se sussurri la domanda così piano che solo i cani del quartiere ti sentono”.

E poi ci sono le simulazioni. Settimane di allenamento per far capire che “scegli la risposta corretta” non significa “scegli quella che ti piace di più” o “quella con il numero fortunato” o “la C perché la C è sempre la risposta giusta”.

Il giorno X: cronaca di una giornata surreale

E finalmente arriva il grande giorno. Vi presentate a scuola con un’ora di anticipo, con occhiaie da record mondiale e l’espressione di chi sta per affrontare un plotone di esecuzione.

La prima mezz’ora se ne va solo per spiegare le regole, che sono esattamente le stesse che avete ripetuto come un mantra per settimane. Poi inizia la distribuzione dei fascicoli, momento in cui il vostro sistema nervoso raggiunge livelli di stress paragonabili solo a quelli di un artificiere che deve disinnescare una bomba.

“No, non girate la pagina. No, non iniziate. NO, HO DETTO DI NON GIRARE LA PAGINA! Ecco, bravi, ora potete iniziare… No, Luigi, non puoi andare in bagno adesso, abbiamo appena iniziato. Sì, Sofia, devi rispondere a tutte le domande. No, Francesco, non c’è un premio per chi finisce prima”.

E poi ci sono loro, gli osservatori esterni. Quelle figure mitologiche che entrano nella vostra classe e vi guardano come se foste il soggetto di un documentario su National Geographic (e diciamo pure che ne hanno ben donde): “Osserviamo il docente nel suo habitat naturale mentre cerca disperatamente di mantenere l’ordine durante l’Invalsi. Notate come il suo occhio sinistro abbia sviluppato un tic nervoso”.

Il post-Invalsi: trauma e devastazione

Ed eccoci qui, a metà maggio, con le prove ormai alle spalle ma con i postumi che si fanno sentire. Come reduci di guerra, ci aggiriamo per i corridoi con lo sguardo vuoto, trascinando le nostre membra come zombies si, ma quelli che strisciano.

I nostri alunni, dopo essere stati costretti a una concentrazione sovrumana per le prove, ma solo perché la loro concentrazione non dura più di quella di uno scoiattolo, ora rimbalzano sui muri come palline di gomma impazzite. L’adrenalina accumulata durante le settimane di preparazione e i giorni di silenzio forzato esplode in un’energia cinetica che neanche gli acceleratori di particelle del CERN saprebbero contenere.

E voi? Voi siete lì, con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre cercate di ricordare cosa diavolo stavate spiegando prima che l’uragano Invalsi si abbattesse sulla vostra programmazione. Sfogliate il libro di testo come se fosse scritto in geroglifici, cercando disperatamente di ricordare dove eravate rimasti.

Ma soprattutto, non so voi ma io mi ritrovo a fare i conti con quella domanda esistenziale che ogni anno, a metà maggio, torna a tormentarmi: “Ma perché non sono rimasta segretaria che in fondo mi rilassavo pure?”

Strategie di sopravvivenza per le ultime settimane

Come ogni anno, a questo punto ci troviamo di fronte all’ultima, estenuante maratona prima della fine. Ecco quindi alcune strategie di sopravvivenza testate sul campo da chi, come me, è passata attraverso il deserto post-Invalsi e ne è uscita viva (anche se con qualche neurone in meno):

  1. Abbraccia il caos: ormai è troppo tardi per imporre disciplina. Rinomina le tue lezioni “attività ludico-didattiche semi-strutturate” e lascia che il destino faccia il suo corso.
  2. Riscopri l’arte del cinema educativo: “Oggi, ragazzi, guarderemo un documentario estremamente formativo sulla vita degli antichi romani/sulle cellule/sulla poesia romantica” (inserire a piacere mentre cercate disperatamente su YouTube qualcosa di vagamente attinente al programma che vi permetta di rilassare la mente perché lo conoscete già, consiglio di tenere sempre qualcosina già salvata nel vostro account).
  3. Rivaluta la tua relazione con il registro: quel voto che dovevi mettere tre settimane fa? Ora è il momento perfetto. Quella programmazione che dovevi aggiornare a marzo? Nessuno la leggerà comunque.
  4. Impara l’arte di rispondere “lo faremo a settembre”: qualsiasi richiesta, dall’ultimo capitolo del libro alla gita al museo, può essere elegantemente rimandata al misterioso e lontano “nuovo anno scolastico”. Sono in quinta? E va beh vedrete che alle secondarie lo farete.

Conclusione: non sei sola/o

In questo momento, migliaia di docenti in tutta Italia stanno vivendo esattamente la tua stessa condizione. Siamo un esercito silenzioso di zombie educativi che trascina i propri corpi esausti verso il traguardo di giugno.

Ma ce la faremo, come ogni anno. Sopravvivremo in qualche modo agli scrutini, alle riunioni dell’ultimo minuto, ai progetti che dovevano essere conclusi ad aprile ma di cui nessuno si è ricordato fino ad ora. E poi, finalmente, arriverà quell’ultimo campanello, quel momento magico in cui potremo finalmente lasciare che il nostro cervello si liquefaccia in pace su una sdraio in riva al mare o in montagna o dove piace a voi.

Fino ad allora, care colleghe e cari colleghi, tenete duro. Ricordate che non è necessario essere perfetti. A volte, essere semplicemente presenti, con il corpo se non con la mente, è già una vittoria.

Con affetto e solidarietà, La vostra maestra imperfetta (e al momento anche semi-cosciente)

P.S. Se avete trovato errori di battitura in questo articolo, sappiate che sono voluti. Li ho inseriti appositamente come forma di espressione artistica della mia stanchezza mentale. Assolutamente non sono dovuti al fatto che ho scritto queste righe dopo una giornata di otto ore con due classi diverse e una riunione di programmazione. Assolutamente no, che andate a pensare menti maliziose…

alla prossima sindrome la vostra affezionata

Maestra Imperfetta

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Indicazioni Nazionali 2025

In questi giorni di marasma nella mia scuola, tra INVALSI, verifiche, cambiamenti di valutazione e casini col registro elettronico che non si adegua alla nuova valutazione nonché genitori che giustamente pretendono un registro che funzioni, noi Malaussene della scuola ci ritroviamo ogni tanto a chiacchierare sulle Nuove Indicazioni Nazionali 2025.

Il tema è complesso perché c’è tanta carne al fuoco e poco tempo per affrontare tutto con dovizia e, soprattutto, in un mondo che sembra soffrire sempre di più di incontinenza verbale, io amo schemi e riassunti.

Fatta questa doverosa premessa arriviamo alle Indicazioni Nazionali. Dopo aver ascoltato e letto diversi pareri da parte di sindacati e colleghi, mi ritrovo a confrontare le tre indicazioni nazionali: 2012, 2018 e 2025.

Perché questo confronto? Perché leggendole ho notato che spesso si ripeteva ciò che già si fa nelle scuole, insomma, nulla mi pare cambiato se non giusto sulla carta (qualche supercazzola in più come se fosse Antani). Son partita dal principio e ne è venuto fuori questo schema riassuntivo dei documenti confrontati.

Le prime Indicazioni Nazionali, quelle del 2012, sono state formalizzate nel D.M. 254 del 2012, elaborate da consulenti esperti sotto supervisione del Sottosegretario di Stato Marco Rossi-Doria e accompagnate da tre anni di sperimentazione assistita. Le Indicazioni Nazionali 2018 sono state elaborate dal Comitato Scientifico Nazionale e riflettono sui cambiamenti prefigurati nel 2012 invitando ad una riflessione sul testo precedente alla luce dei nuovi scenari. Le Nuove Indicazioni del 2025 sono state elaborate da una commissione di esperti di didattica, curricolo e discipline nominata con decreti ministeriali. Sulla carta pare ci sia uno studio preliminare sui cambiamenti socio-economici ed educativi e nodi cruciali della ricerca pedagogica accompagnato da numerose audizioni.

2012: importanza dei nuovi media e tema dell’inclusione

2018: sottolineatura dell’importanza delle competenze digitali, metacognitive e medotodologiche, nonché sociali

2025: evidenziazione delle sfide come la sicurezza informatica, protezione della privacy, migrazioni e conflitti, necessità di una nuova alfabetizzazione digitale che include l’Intelligenza artificiale e introduzione dell’informatica fin dalla scuola primaria.

2012: definiscono gli obiettivi di apprendimento di ciascuna disciplina e suggeriscono integrazione tra discipline e aggregazione in aree.

2018: propongono una ricalibratura degli insegnamenti esistenti invece di aggiungerne di nuovi

2025: propongono una verticalizzazione del curricolo con maggiore coerenza tra gradi scolastici (già si fa nelle scuole). Suggeriscono di individuare le conoscenze essenziali e rivedere i nuclei fondanti delle discipline, meno quantità a favore di approfondimenti, però introducono l’informatica dalle primarie e prevedono un potenziamento delle STEM.

Il salto in questo caso è dalle indicazione del 2012 a quelle del 2025. Le indicazioni del 2012 definiscono i traguardi come criteri per la valutazione delle competenze attese e prevedono una certificazione di esse al termine del primo ciclo (terza secondaria di primo grado). Le nuove indicazioni 2025 promuovono una cultura della valutazione il cui fine è sostenere l’apprendimento (ma non lo era già?) sottolineando l’importanza della documentazione e osservazione.

Le Nuove Indicazioni 2025 costituiscono un aggiornamento più sostanziale, che tiene conto di ulteriori evoluzioni e nuove sfide, introducendo principi come “non multa, sed multum” e la verticalizzazione del curricolo, con un focus specifico sull’integrazione dell’informatica e delle competenze digitali fin dalla primaria, e una rinnovata attenzione alla complessità e all’interdisciplinarità.

Non ho affrontato nel dettaglio le discipline in questo articolo ma, se siete curiosi o interessati fatemelo sapere e lo farò.

Al solito spero di esservi stata in qualche modo utile ma consiglio sempre di andare a rileggersi personalmente i documenti perché sono umana e sono fallibile e, per quanto mi sforzi di essere intellettualmente onesta ed imparziale, qualche bias probabilmente mi condiziona.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

La Farsa della Continuità Didattica: Cronache di Maggio in Affanno

Bentornati sul Diario di una maestra imperfetta, dove, dopo un aprile che ci ha regalato qualche giorno di tregua dal delirio scolastico tra Pasqua e Liberazione, oggi affronteremo quella meravigliosa pantomima che tutti conosciamo come “continuità didattica“. Sì, proprio quella cosa straordinaria che trasforma magicamente due incontri frettolosi in un mesetto in un “percorso strutturato di accompagnamento” per i nostri piccoli dell’infanzia.

Ma partiamo dall’inizio. È fine aprile, siamo tutti esausti, le maestre della primaria hanno quello sguardo vitreo di chi ha già mentalmente iniziato le vacanze ma ancora non si vedono e forse non si vedranno viste le spese impreviste, quando una Domenica la Funzione Strumentale per la continuità ti manda whatsapp ricordando che domani c’è l’incontro con i bambini dell’infanzia. Stendo veli pietosi sul messaggio la Domenica che, a essere onesti, se da un lato rompe la mia sacra regola, dall’altro però è più efficace del Calendar che ho installato ma di cui non calcolo le notifiche.

Il bello della continuità è che nessuno osa chiedere perché questa “fondamentale” attività venga organizzata solo quando mancano tre settimane alla fine della scuola. Sarebbe come chiedersi perché prepariamo i lavoretti di Natale il 23 dicembre – alcune domande è meglio non porsele, non troverebbero una risposta valida per tutti (al pari delle domande esistenziali).

Nel mio, come in altri voglio sperare, caso inizia la grande opera di improvvisazione pedagogica. Apprendo che sono stati pianificati due incontri – sì, avete capito bene, DUE incontri – che dovrebbero miracolosamente preparare i bambini di 5 anni al terrificante mondo della scuola primaria. Perché, si sa, bastano 90 minuti in totale per elaborare il trauma del distacco dalla maestra dell’infanzia e prepararsi a un nuovo ambiente fatto di penne che esplodono, scarpe che tocca allacciarsi da soli e nasi che tocca soffiarsi da soli, il tutto condito di compiti difficilissimi da ingegnere della NASA come memorizzare dei numeri o delle lettere dell’alfabeto e comporre delle parole.

Il primo incontro prevede una “lezioncina dimostrativa”. I bambini dell’infanzia vengono condotti come piccoli esploratori in una classe della primaria. Le maestre sorridono con quella tensione tipica di chi sta per essere valutato, o chi pensa a quell’interrogazione che mannaggialamiseriapropriooggichenoneraassente doveva fare, mentre i piccoli guardano con terrore quei banchi allineati dove dovranno stare seduti per ore. La maestra della primaria, con un entusiasmo che neanche la vincitrice di Miss Italia, propone un’attività “super divertente” che consiste nel colorare all’interno dei margini o guardare un video di qualche personaggio che le maestre dell’infanzia ci tengono taaanto. Rivoluzionario!

I bambini dell’infanzia, abituati a rotolarsi sul tappeto e a esprimere la loro creatività con pittura a dita su qualsiasi superficie (preferibilmente i muri appena tinteggiati), guardano quella matita come se fosse uno strumento alieno.

Il secondo incontro prevede la lettura di una storia (o di un altro video). La maestra legge con voce teatrale “Il piccolo bruco mai sazio”, come se i bambini non l’avessero già sentita 47 volte all’infanzia. La novità? Devono completare una scheda sulla storia. Ecco svelato il grande mistero della primaria: le schede! Tonnellate di schede!

Alla fine di questi due illuminanti incontri, viene compilato un dettagliato “documento di continuità”, in cui si certifica che i bambini sono pronti per il passaggio. Tradotto dal burocratese: “Li abbiamo visti per un’ora e mezza in totale, sembravano vivi, quindi dovrebbero farcela”.

E i genitori? Oh, sono entusiasti! Finalmente possono raccontare agli altri genitori che il loro piccolo prodigio ha già fatto “esperienza di primaria”. Come se questi due incontri improvvisati potessero davvero rappresentare ciò che li aspetta. È un po’ come dire che hai sperimentato la vita da adulto perché una volta hai preso un caffè in piedi al bar.

Ma la verità è che la continuità, quella vera, richiederebbe mesi di preparazione, incontri regolari, una vera conoscenza reciproca tra insegnanti dei diversi ordini di scuola. Richiederebbe progettazione condivisa, obiettivi chiari, tempo dedicato. Tutte cose che, guarda caso, mancano cronicamente nel nostro sistema scolastico e non necessariamente per volontà dei docenti.

Quindi eccoci qui, a fine anno, a mettere una spunta su un’altra voce del POF, fingendo che quei due incontri rappresentino davvero un percorso di continuità. D’altronde, se c’è una cosa che la scuola italiana insegna davvero bene, è l’arte dell’improvvisazione.

Ma tranquilli, il prossimo anno faremo meglio. Lo diciamo ogni anno, cominciando da Settembre a pensare a diversi incontri che sappiamo già si ridurranno ad un paio di ospitate in classe last minute. Perché in fondo, la vera continuità della scuola italiana è proprio questa: l’eterno rimandare a domani ciò che si sarebbe dovuto fare ieri, perché c’è quel modulo arrivato oggi che andava consegnato entro ieri.

Chiaramente il mio articolo rappresenta solo una delle tantissime esperienze diversificate riguardo la continuità e non si avvicina sicuramente a molte altre realtà. Ci tengo a precisarlo perché, lungi dal voler offendere le funzioni strumentali per la continuità ed il loro difficile lavoro, il problema principale contro il quale loro e tutti noi lottiamo rimane sempre e solo uno: il tempo. E voi? Che esperienze avete sulla continuità?

Con affetto e sarcasmo la vostra

maestra imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

C’è ancora domani

Articolo che esce il 24 aprile perché il 25 non leggerete lo so…oddio forse nemmeno il 24, ma mi piace illudermi. In questi giorni ho fatto vedere ai bambini di quinta il film della Cortellesi “C’è ancora domani”.

Ho fatto bene? Ho fatto male? Ai posteri l’ardua sentenza, di certo ci sarà chi è concorde e chi non concorda con questa mia decisione ma vista la delicatezza con cui la regista ha affrontato il tema della violenza domestica, ho ritenuto che potessero vederlo e ragionarci sopra assieme.

Al termine del film che li ha catturati al punto che non volava una mosca durante la proiezione (per la prima volta direi), ho dato loro un tema di almeno una facciata da fare per esprimersi a riguardo.

Ho fatto leggere loro i rispettivi temi e mi si è spalancata una finestra sui loro piccoli mondi. Ogni bambino ha la sua storia, alcune di queste non facili, fatte di carabinieri in casa, separazioni difficili o meno ma comunque dolorose, di sogni che continuano a crescere nonostante noi adulti. A volte queste storie le conosciamo, altre le intuiamo, quelle meno eclatanti dobbiamo cercare di leggerle attraverso il non detto. Come sempre loro ci guardano, chiedono, capiscono quando cerchiamo di nascondergli cose e non lo accettano. Io, per mio conto posso solo provare a dirgli le cose come stanno ma adeguando il linguaggio e filtrando i contenuti nella misura in cui ritengo possano capirlo, regolandomi sulle loro reazioni. Ed è così che dalla violenza domestica si è passati ai diritti delle donne ed alla presa di coscienza che i maschietti sono chiamati a fare la loro parte per cambiare il futuro lottando a fianco delle femminucce per non far si che si torni indietro.

Hanno sofferto quando han visto la protagonista picchiata dal marito per errori nemmeno commessi, hanno intuito che qualcosa non andava quando il fidanzato della figlia della protagonista ordinava che non si truccasse più e che smettesse di lavorare una volta sposati, hanno sospirato di sollievo quando la protagonista ha esercitato il diritto di voto, percependo quella sensazione di libertà sudata. Tutto questo marasma di emozioni è uscito dai loro temini, timori, ansie, paure e speranze per un futuro che dovranno costruire e ora vi riporto le frasi che sono riuscita a segnarmi fingendo di scrivere sul registro:

  • Ho imparato che nessuno ha diritto di comandare (femminuccia)
  • Le donne non devono essere degli oggetti (maschietto)
  • Ancora oggi le donne vengono uccise e io voglio dire basta a tutto questo (maschietto)
  • Ho imparato che nessuno deve dirmi come mi devo vestire come devo comportarmi (femminuccia)

Ad ascoltarli mi veniva in mente mi veniva in mente solo una cosa: c’è ancora UN domani.

Vorrei continuare, vorrei raccontarvi tante cose di quest’ora intensa e bellissima in cui una bambina mi guarda spaurita dicendomi “maestra, ho paura di crescere se si rischia tutto questo”.

L’ho guardata negli occhi e avrei voluto dirle che non le capiterà mai nulla ma so che non posso esserne sicura e non prometto ciò che non posso mantenere pertanto le ho sorriso e detto l’unica cosa che ritenevo onesta dirle “non posso prometterti nulla ma posso dirvi a cosa dovete stare attenti e cercare di insegnarvi a ragionare con la vostra testa”.

Voi cosa le avreste detto?

Maestra Imperfetta

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Io di risposte non ne ho

Io di risposte non ne ho

mai avute e mai ne avrò

di domande ne ho quante ne vuoi

Ebbene parto proprio da questa intro della canzone degli 883 “ci sono anch’io” che, in tutta onestà, adoro sia per le parole sia per il sound. Mi fermo a queste prime tre righe perché stamattina mi sono svegliata riflettendo proprio su questo. Leggendo su facebook post di maestre contrarie al cambiamento di valutazione e altre amenità ho preso il largo onanistico mentale riguardo alle tante cose che fanno fiorire domande cui non si trova risposta certa.

L’errore? Predichiamo che l’errore è una risorsa, che sbagliando si impara ed è giustissimo, per carità non dico il contrario, ma stiamo davvero agendo in modo che l’errore sia davvero una risorsa o semplicemente festeggiamo l’errore sterilmente senza insegnare davvero loro a sforzarsi di sbagliare meno? Voi mi direte che ovviamente la risposta è che insegnamo a sbagliare meno…davvero? Non insinuo nulla, sia chiaro, ma io spesso mi domando se davvero sto agendo così ogni volta che un bambino continua a dimenticarsi di calcolare un riporto o sbaglia perennemente l’uso delle doppie o dell’h.

Ma è giusto demonizzare la memoria? No, mi direte voi, però poi guai a dare da studiare le tabelline o le regole grammaticali di inglese a memoria anche se lì quello è, o lo sai o non lo sai, una volta che le sai puoi arrivarci a logica si, ma prima devi saperle. La memoria è come un muscolo, va esercitata altrimenti non possiamo poi scandalizzarci e pretendere che i bambini “di oggi” abbiano la memoria dei bambini di ieri. Diciamoci la verità, i bambini sono sempre bambini, di oggi come di ieri, sono sempre gli stessi, cambia l’ambiente attorno e sono cambiati gli stimoli ed i modelli educativi ma forse non tutto ciò che si faceva nel passato è da buttare così come non tutto ciò che si fa oggi è sbagliato. Perché non riusciamo a trovare una via di mezzo?

Ma facciamo bene a rimanere negli argomenti dei libri? In questi anni ho assistito ad un deprimente ripetersi ciclico delle medesime gite scolastiche: parchi con dinosauri o grotte con pitture rupestri in prima, museo egizio in quarta e in quinta parchi giochi con improbabili ricostruzioni medievali e altro. A musica il piffero (dal suono abbastanza irritante per me) e poco altro poi arriva il Giorno della Memoria e dobbiamo parlargli dell’olocausto quando nemmeno sanno come e cosa è successo, non sanno del contesto sociale, politico ed economico che ha portato alla seconda guerra mondiale…nulla (magari in quinta della primaria sarebbe anche opportuno). Arte diventa una sequenza ripetitiva dei soliti quattro lavoretti su pinterest e ispirati a Van Gogh e Kandinsky presentati come novità e coniglietti pasquali, scheletrini e fantasmini per halloween e babbi natale…nelle Nuove Indicazioni Nazionali il ministro ha anche inserito il principio condivisibile del “non multa sed multum”, ossia non tante cose ma poche e approfondimenti, però se vai a vedere la mole di obiettivi e competenze da acquisire capisci già che è molto gattopardiano visto che non si leva nulla ma si aggiunge solo. Di fronte a tutto ciò ammetto che provo talvolta un certo scoramento e mi domando se non è il caso di lasciar perdere e tornare al mestiere precedente. Al solito capita poi che entro in classe, li guardo, li ascolto, rispondo, medio ed ecco che di fronte ad un “grazie maestra, ora ho capito” capisco che, se proprio non cambierà nulla dall’alto, saremo noi docenti a cambiare le cose con piccole rivoluzioni quotidiane.

Le domande rimangono, le risposte scarseggiano ma sono troppo testarda per arrendermi e, come me, molti altri docenti sono così.

Mi scuso se questo articolo forse è un po’ sottotono ma sto curando un progetto parallelo che ho avviato e che, spero, prenderà campo.

Alla prossima la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Il Sonno della ragione

Sono sempre stata affascinata dal Goya, pittore straordinario e straordinariamente polemico e comunicativo. Non mi riferisco al Goya dei ritratti ma a quello dei quadri che denunciano, raccontano, a quello delle stampe che fanno riflettere e ci fanno vergognare di ciò che vediamo nella natura umana (e quindi ance in noi stessi). L’opera che mi è rimasta dentro come un tarlo nella mente, impressa a fuoco nella memoria, e che guida ogni mio passo reca la dicitura: il Sonno della ragione genera mostri.

In questo anno scolastico ho visto nei comportamenti dei miei alunni di quinta gli effetti di questa mia linea. Durante un’esercitazione per i test nazionali standardizzati li ho visti e sentiti dibattere educatamente sui rispettivi ragionamenti laddove avevano dubbi. La mia presenza in questo dibattito era diventata meramente formale, ero lì per legge ma non servivo più, avrei potuto non esserci ed avrebbero continuato così, argomentando ma rispettandosi, ragionando e correggendo se ritenuto giusto.

In una delle scene del film “Mona Lisa smile” la docente di arte, interpretata da Julia Roberts, osserva silenziosa e in disparte le sue alunne dibattere su un quadro ed ha un sorriso tenue per via della formalità ed uno sguardo soddisfatto ed orgoglioso di come sono evolute quelle giovani menti liberate dagli stereotipi, veramente indipendenti dopo un anno di dubbi, fatica, arrabbiature e frustrazione per spingerle ad uscire da ciò che è stato preconfezionato e cucito loro addosso. Credo di aver provato una sensazione simile ogni qual volta hanno dibattuto tra loro, per ogni volta che mi hanno detto “maestra non è giusto” argomentando il motivo, ogni volta che non hanno obbedito passivamente ma hanno chiesto il perché.

In quel momento ho vissuto, o almeno così mi sembra, la sensazione di aver raggiunto un obiettivo che mi ero posta, quello che considero l’obiettivo dell’agire didattico indipendente dalla materia scolastica insegnata: pensare con la loro testa.

Pensare comporta mettere in dubbio e mettersi in dubbio, esprimere educatamente e ascoltare le altrui opinioni pronti a tornare sui propri passi se le motivazioni sono ritenute valide. Pensare comporta consapevolezza della propria fallibilità e, al tempo stesso, imparare tanto dalle vittorie quanto dai fallimenti.

Caro maestro Goya, mi hai accompagnata e mi accompagni per anni con le tue stampe e la tua caparbietà, la tua passione per l’arte ed il coraggio di esprimerti, spero che tu possa essere ben lieto di un piccolo grande successo.

Il sonno della ragione genera mostri, vero, ed è ora che sono bambini che possiamo e dobbiamo spingerli a pensare autonomamente, anche sbagliando, ma occorre agire ora.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, strumenti per docenti

Il pinguino più potente del mondo ed il Sapere.

Ascoltando un podcast molto interessante trovato su Spotify (ma lo trovate anche su youtube) chiamato “Miti da sfatare” ho scoperto che esiste Il pinguino più potente del mondo! Non ha i superpoteri, non soffre di gigantismo e non ha la muscolatura da pugile di un canguro (è un pinguino d’altronde), ma ha una carica molto molto prestigiosa che aumenta quasi ogni anno e che trasmette ai suoi discendenti i quali, a loro volta, si prendono una promozione ad ogni visita ufficiale presso lo zoo di Edimburgo! Parlo di lui: Nils Olav III, nome importante per un pinguino importante, e ricopre attualmente la carica di maggiore generale della guardia Reale di Norvegia, mica plancton insomma.

Ma, dopo aver ascoltato la puntata (ed averlo disegnato) non ho potuto fare a meno di domandarmi “ma quanto vive un pinguino?” e, dopo averlo chiesto ad Alexa, ho voluto approfondire ed ho scoperto il sito Sapere.it
Ed ecco che mi son persa dietro all’esplorazione di un nuovo porto della conoscenza dopo Wikipedia, utilissimo per le ricerche degli studenti ma anche per noi adulti.

Il sito in questione, come scitto poco sopra è molto semplice da ricordare: sapere.it. Ci potete arrivare cliccando sull’immagine sotto.

Una vasta enciclopedia dizionario e altro che permette di documentarsi e magari fare ricerche assieme ai vostri alunni (o darle ai vostri alunni da fare). Dalla politica alla geografia, dalla scienza alla terminologia trovate tutto, ma proprio tutto diviso per argomenti. Alla curiosità non deve mai esserci una fine ed è la curiosità che smuove il mondo (altro che l’amore come diceva Dante), insomma, parafrasando il sommo (che non avrebbe mai scritto la Divina Commedia se fosse vissuto oggi), “la curiosità che move il sole e l’altre stelle”. Nel porto di Sapere.it ho trovato anche dei quiz per testare la mia cultura generale…insomma mi sono persa nel dedalo di conoscenza dove vorrei incamerare più informazioni possibili pur sapendo che me ne ricorderò solo una magra percentuale, ma ne vale la pena. L’enciclopedia di Sapere è sufficientemente vasta da dimenticarsi del tempo che passa mentre la si consulta e comprende, come vedete dall’immagine, diversi argomenti raccolti in macrocategorie.

Spulcio e nei dizionari, con lieve disappunto, litigo con quello di latino che sembra non funzionare bene…o meglio, sembra funzionare come Alexa, risponde come cavolo pare a lui e quasi sempre non trova la traduzione.

Andando invece sulla pagina “sicuro di sapere?”, partendo dalla home page, si trovano quiz, domande e risposte, video curiosità etc…non ho ancora visionato tutto, datemi tempo che voglio godermelo poco per volta.

La pagina “approfondimenti” parla da sé senza bisogno di presentazioni. Vado sul tema “scuola e università” e mi si aprono diversi articoli tra cui leggo il titolo interessante “La guerra del golfo spiegata in modo semplice”, se riuscissero a fare altrettanto con quella in Ukraina e quella tra Israele e Palestina per me sarebbero da nobel. Altro articolo che attira la mia attenzione è “Il testo argomentativo spiegato: come scriverlo, schema e consigli” ed in effetti può essere utile ad ogni studente e docente (me compresa).

Unico lato negativo: tanto da imparare e poco tempo per farlo, ci passerei le giornate non avessi mille altri interessi, ma è uno strumento valido e utile che val la pena mettere tra i preferiti del proprio browser. Ora vi lascio e torno a disegnare la storia travagliata tra i Bao che ordino sempre al cinese, oramai sempre più protagonisti delle mie fantasie malate quando vado al ristorante.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

Ah, comunque un pinguino può vivere dai 15 ai 20 anni a seconda della specie (ne esistono ben 18) ma il più longevo pare sia il Pinguino Imperatore.

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Pubblicato in: diario di una maestra, insegnarte

Schizzi d’autore

Nella mia lunga carriera di artista fallita e imbrattatele a tempo perso, più volte mi sono dannata per un disegno non completo, non dettagliato, istintivo e privo di tecnica sopraffina. Pretendevo il meglio da me per assecondare l’immagine di artista che mi attribuivano gli altri. Non ne faccio una colpa agli altri né alla famiglia, ho superato ampiamente quella fase della crescita, perché la colpa non era attribuibile: è un processo di crescita personale.

Anni fa, a Nancy, nel museo di Belle Arti, incappai negli schizzi di un pittore talmente realista che sembrava di veder muovere le persone ritratte nei quadri ed in effetti il museo aveva fatto anche delle installazioni in cui il quadro prendeva vita.

Quando arrivai alla sala dove c’erano gli schizzi di questo artista rimasi incantata, folgorata dal dinamismo delle figure reso con qualche tratto.

Ero affascinata da come un qualcosa di poco definito rendesse l’idea tanto quanto il quadro finito e finiva per piacermi di più. Il pittore in questione si chiamava Emile Friant, studente presso la scuola d’arte di Nancy e no, non ho una memoria prodigiosa ma il vizio di fotografare opere più google lens mi hanno aiutata a ritrovare le informazioni.

Aprendo Google Art&Culture sono incappata negli schizzi di Delacroix. Avrei dovuto aspettarmi che anche Delacroix, come molti altri artisti, avesse un qualche foglio dove prendere appunti grafici, eppure pensavo ancora ai meravigliosi appunti di Leonardo, Michelangelo e artisti del rinascimento ed ai loro studi per i quadri, non a schizzi su un quaderno per fotografare nella propria mente immagini, colori e fascino.

Durante un viaggio in oriente, nel 1832, Delacroix accompagnò un giovane diplomatico nella sua missione in Marocco per negoziare con il sultano Moulay Abd er-Rahman. Incantato e folgorato da cultura e costumi così differenti, forse dal fascino stesso che esercita l’oriente in molti occidentali da secoli oramai, prese appunti visuali producendo schizzi su donne, uomini e relativi costumi.

In seguito Delacroix attingerà a questi ricordi disegnati per scrivere un libro della propria esperienza in Marocco. Tutto catturava l’attenzione dell’artista che, nel suo taccuino, arrivava ad appuntare colori da stendere dopo e dettagli di abiti, gioielli e fronzoli vari con cui si abbigliavano le donne.

Delacroix appuntò anche l’uso dell’haik che avvolgeva le donne, ogni regione del Magreb aveva il suo modo differente di indossarlo e lui scelse di documentare come lo si indossava a Tripoli.

Grazie a  Abraham Ben Chimol, l’interprete del consolato francese a Tangeri che accompagnava la delegazione, ha modo di entrare e documentare la vita nella comunità ebraica di Tangeri. Oltre al documentare donne (tante) e uomini (pochi e indefiniti), documenta anche i paesaggi dinnanzi ai quali si trova nelle lunghe passeggiate che era solito fare.

La tecnica spesso usata dai pittori in viaggio è l’acquarello e, ammetto, è quella che uso anche io nei miei schizzi (anche se non ho certo la pretesa né l’arroganza di paragonarmi ai grandi artisti) perché in effetti asciuga in fretta e permette quindi di prendere appunti velocemente. Se poi si ha più tempo ci si sofferma su qualche dettaglio o si lascia abbozzato quello che meno importa andando a dettagliare ciò su cui si vuole attirare l’attenzione.

Non sempre un disegno fatto in viaggio deve essere dettagliato per rendere l’idea. Il fascino, a mio parere, degli schizzi, ciò che li rende affascinanti rispetto ai quadri finiti (senza nulla togliere ai quadri) è proprio l’idea che danno dell’istantanea, la sfocatura che permette al nostro cervello, ed alla nostra fantasia, di ricostruire nell’immaginario attingendo alle nostre conoscenze e gusti.

Perché parlarvi degli schizzi? Perché io, come molti altri, produco schizzi su sketchbook che non faccio vedere a meno che non mi venga richiesto e mi sono sentita spesso e volentieri “inferiore” ad artisti che dipingono quadri. Quando i bambini guardano i miei schizzi mi stupisco nel sentirli “wow maestra, sembra proprio lei” indicando una collega che ho appena accennato con pochissime righe o un animale. In loro scatta qualcosa, spesso ho notato la voglia di imitare, di provarci, di cimentarsi e, disegno dopo disegno, migliorano ma occorre aiutarli e ricordargli sempre che non è la perfezione che devono cercare, i loro disegni non devono essere per forza comprensibili agli altri, devono essere fotografie per loro stessi, al pari di foto che si fanno col cellulare o con la macchina fotografica.

Che vi riteniate capaci o meno di disegnare, non importa affatto, non è il saperlo fare che vi deve muovere bensì il volerlo, la ricerca del piacere di imprimere su carta quello che l’occhio vede e il cervello interpreta. Non importa il risultato, basta che ci capiate voi e, se temete di non capirci o di scordarvelo, scrivete dove eravate, con chi, incollate un biglietto della mostra, di un mezzo di trasporto o una frase letta. Siamo sempre con il cellulare in mano pronti a fotografare ogni cosa ma da quando ho rallentato ed ho cominciato a dirmi “no, non lo fotografo, lo disegno” è iniziato un percorso che mi ha portata oggi ad aprire i miei vecchi sketchbook e rivivere i ricordi come se fossero accaduti ieri, ricordando ogni dettaglio anche se il disegno non è dettagliato e sto bene. Guardo più quelli che qualsiasi foto o album (a dire il vero le foto non le riguardo mai salvo quelle di musei e opere). Un domani questi disegni saranno ricordi e, chissà, magari le mie nipoti e la figlioccia mi conosceranno meglio guardandoli.

Se vedete degli alunni o i vostri figli, nipoti che amano disegnare, cui piace insomma mettersi lì e produrre, provate a sedervi con loro e disegnare assieme quello che vedete, ridete degli errori, scherzate, rallentate. Non serve che sappiate disegnare o che pensiate di non saperlo fare, fatelo e basta, come quando si era bambini e non si sentiva il bisogno di pensare di essere capaci per farlo. Non vi va di farlo? Non fatelo, ma potete sempre sfruttare il tema degli sketch e dei quadri finiti e la loro differenza consistente in fattori quali lo scopo e la tecnica nonché i tempi di esecuzione per riflettere assieme ai vostri alunni sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista narrativo.

Questo è il percorso che volevo condividere perché non riguarda solo il disegno. Il disegno è solo un mezzo ma non un fine, non una méta. Lo scopo è raggiungere la serenità, la propria dimensione, imparare a curare di più se stessi. La tecnologia ci aiuta certo, ed io disegno anche digitalmente, ma deve solo aiutare, facilitare, mai sostituire e certi ricordi non si fissano con le foto ma godendosi il momento, scrivendo o disegnando.

E ci volevano Friant e Delacroix per farmelo capire? Evidentemente si ma sono stata sempre un po’ lenta.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Scuole come cliniche psichiatriche

Ci sono situazioni nella scuola italiana che molti non conoscono e non capiscono e, come certe persone dicono “tu non hai figli, non puoi capire”, a me a volte verrebbe da dire “tu non sei docente, non puoi capire”.

Basta un attimo, un collaboratore scolastico che non ha voglia di far qualcosa parandosi dietro “eh non è di mia competenza”, un collega che scansa il problema grosso preferendo quello gestibile con un “ah ma io ho questo da seguire” e la collega di sostegno che magari, giustamente, deve andare in bagno e la copri, ed ecco che il danno è fatto. Spesso non è questione di “se” ma di “quando” e così una docente si ritrova col braccio al collo, un’altra si ritrova a casa con il fondoschiena rotto e altri docenti con un piede, un dito schiacciato, gli occhiali rotti o zoppicante. Non vogliatemene ma oggi parlo di incidenti sul lavoro!

Quando si pensa agli incidenti sul lavoro vengono in mente cose ben più tragiche, dagli esiti spesso fatali purtroppo, che prevedono l’uso di sostanze tossiche o macchinari industriali, ma non è sempre così. Lontani anni luce dal fare una classifica dell’importanza e della gravità, sarebbe discutibile ed indecorosa oltre che irrispettosa, io posso parlare di quello che è accaduto e accade a scuola. Gli incidenti a scuola avvengono eccome, pochi per fortuna finiscono nelle cronache nere, così pochi che si pensa non succeda mai nulla tra quelle mura da caserma, eppure…avvengono!

Quello che sto per dire di certo potrà essere soggetto a critiche ma è un dato di fatto purtroppo e non un’accusa. Molti di questi incidenti in cui ci vanno di mezzo i docenti sono dovuti a bambini con quadri psichiatrici complessi spesso non coadiuvati da un supporto e intervento della famiglia. Brutto vero? Eppure è così! In nome di un’inclusione, sacrosanta per carità, spesso un docente si ritrova pieno di lividi, con qualche osso rotto o con un bel bernoccolo nel più lieve dei casi, altrimenti con il calco dei denti del pargolo su qualche arto. Qui il mondo scolastico, ed anche il mio piccolo universo interno, si divide tra chi continua a sostenere l’inclusione ma colpevolizza le famiglie e chi invece condanna l’inclusione e non ne può più. Questa scissione genera inevitabilmente conflitti e arroccamenti ideologici che chiudono le porte a qualsiasi ragionamento mirato alla ricerca di un compromesso.

Ammetto che è difficile trattare un argomento così complesso senza rischiare di ferire l’una o l’altra parte quindi provo a chiarire un primo punto. Io mi metto nei panni di queste famiglie con bambini così complessi e non oso immaginare cosa significa vivere con queste difficoltà. Tempo addietro mi fu raccontato da una madre che un neuropsichiatra disse “Signora, il linguaggio è importante, non dica che suo figlio ha un problema, suo figlio ha una difficoltà e noi la aiutiamo a superarla”. Ci sono bambini con difficoltà psichiatriche gestibili con un poco di aiuto farmacologico e la collaborazione con la scuola, sempre ricordando che un docente ha anche altri bambini e quindi sarà sempre nei limiti del fattibile.

Farmaci: i farmaci in casi gravi, su un bambino, presumo richiedano tempo per la calibratura. Per quanto tu possa rivolgerti a luminari, specialisti pediatrici etc, si devono sempre fare i conti con la reazione del corpo, la crescita continua che richiede una continua revisione del dosaggio e via dicendo. Non è facile.

Difficoltà: la difficoltà speficica ed il quadro in cui questa si inserisce. Ci sono bambini con difficoltà che comunque riescono ad avere una vita perfettamente normale, altri le cui difficoltà si inseriscono in un quadro più complesso in cui sono presenti disabilità e/o patologie che rendono difficile anche la somministrazione stessa del farmaco. Non sempre la famiglia viene aiutata, a volte perché rifiuta di vedere l’elefante nella stanza, altre volte perché viene abbandonata dal sistema. A volte perché non sa che iter deve fare e nessuno lo sa dire, altre perché l’iter è così lungo e non ci sono soldi per rivolgersi a privati (e comunque il certificato non viene dato da privati). Ricordiamoci che quando c’è una difficoltà in un bambino, tale difficoltà è di tutta la famiglia.

Famiglia: all’università, tempo addietro oramai, sostenni l’esame di “psicologia dell’handicap” (si chiamava ancora così) e ricordo ancora quelle poche righe in cui vi era scritto che quando in una famiglia nasce un bambino con una qualche disabilità, la famiglia vive questo evento come un lutto con tutte le conseguenze psicologiche di una vera e propria dipartita. Quella frase mi ha colpita così tanto che, oltre ad avermi fatto guadagnare un bel voto sul libretto, mi ha accompagnata per decenni, e ancora adesso non la dimentico. Questo lutto può verificarsi in realtà a fronte di qualsiasi problematica, risolvibile o meno. Le reazioni possono essere molteplici, dal rifiuto all’egoismo del dolore, dove la famiglia sembra quasi pretendere che tutti i lavoratori nelle istituzioni abbiano attenzioni unicamente sul proprio figlio.

Sistema: si parla del sistema, io mi riferisco all’interpretazione del termine inclusione, alle norme, alle posizioni ideologiche che prendono taluni dirigenti a riguardo scaricando, più o meno consapevolmente, tutto il grosso del difficilissimo lavoro quotidiano su docenti e alunni.

Alunni: per alunni intendo tutti i compagni di classe del bambino “difficile” in questione. Non mi piace usare il termine normale perché di normale oramai non vedo proprio nulla, ma dirò che mi riferisco ai bambini privi di difficoltà di questo genere, quindi si, includo negli “altri” alunni anche DSA e BES. Ho avuto spesso e volentieri la sensazione sgradevole che anche il dirigente più motivato e sinceramente positivista riguardo l’inclusione, perda di vista questi altri e le difficoltà richieste nell’apprendere in un ambiente dove un compagno può scattare all’improvviso malmenare uno di loro, piantargli una matita nella mano o tirargli un banco (si, è successo) senza capire perché o cosa lo abbia scatenato. Ho ascoltato tanti discorsi e persino alcuni docenti vanno predicando l’importanza dell’ambiente sereno per apprendere senza considerare la difficoltà che un alunno può riscontrare nel concentrarsi sul calcolo con un compagno con spettro autistico grave che vocalizza tutto il tempo, gira e sottrae astucci e quaderni.

Il mio pensiero a questo punto è che forse va rimodulata l’inclusione. Non ho detto cancellata, abolita o cavolate del genere, anzi…ho detto che va ripensata e rimodulata per far si che la scuola diventi un ambiente veramente inclusivo. Occorre, a mio opinabile parere, riorganizzare la scuola anche a livello normativo intervenendo più chirurgicamente possibile, ossia andando a valutare la possibilità di ripensare i tempi per garantire l’inclusività senza sacrificare quegli “altri” che meritano altrettante attenzioni e cure. Più centri POLO RES (Risorse Educative Speciali), come a Genova, nelle scuole, uno per scuola almeno, che possano seguire in un rapporto uno a uno i casi più gravi con momenti strutturati di inclusione e socializzazione nelle classi di pari non sarebbe a mio parere così sbagliato. Questi centri non sono classi “speciali”, o meglio lo sarebbero solo formalmente, ma ho vissuto personalmente i benefici di questi inserimenti in determinate ore, non tutte, della giornata scolastica e ne sono rimasta colpita al punto che mi domando perché, per queste cose veramente buone, non ci sono mai soldi e dipende sempre dalle capacità miracolistiche del Dirigente Scolastico di fare la moltiplicazione dei fondi come Cristo faceva quella dei pani e dei pesci.

Galimberti si è espresso male, su questo non posso certo negarlo, definendo le “scuole che sembrano cliniche psichiatriche”, ma, tagliando e stavolta decontestualizzando volontariamente il discorso che ha fatto, prendo questa definizione e la uso per questo articolo e questa riflessione. Ultimamente, ascoltando le colleghe di varie regioni con cui sono in contatto, posso affermare che si, le scuole stanno assumendo sempre di più le sembianze di cliniche psichiatriche ma con personale totalmente impreparato per affrontare questi problemi. E qui la colpa non è imputabile al personale, preparato per ben altra tipologia di lavoro, ma di tutta una serie di microproblemi che, unendosi come pezzi di un puzzle, vanno a comporre un’immagine decisamente avvilente di un’istituzione che è stata per secoli una delle migliori, che lo si voglia ammettere o no, e sulla carta lo potrebbe ancora essere. A modo mio sono ancora positiva nonostante tutto.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Meritocrazia? No, solo selezione

In questi giorni mi ritrovo a meditare sul blog e su progetti che ho in mente e in ballo ma, per i quali, occorrono argomenti. Direi che sulla scuola c’è tanto da dire ma che, al contempo, è stato detto tutto. Io dico la mia ma consapevole di essere una goccia nel mare e di essere anche scomoda a volte. In momenti così faccio come facevo da ragazzina, apro a caso un libro e ci ragiono su. Oggi ho aperto a caso “Nuovo codice delle leggi della scuola” stampato nel febbraio 2024…praticamente già vecchio. Finisco a pag 750 Sezione Prima: norme generali sul pubblico impiego.
art 35. Reclutamento del personale. L’assunzione nelle amministrazioni pubbliche avviene con contratto individuale di lavoro:
a)tramite procedure selettive, conformi ai principi del comma 3, volte all’accertamento della professionalità richiesta, che garantiscano in misura adeguata l’accesso dall’esterno.

segue poi pizzardone sugli uffici di collocamento (ci sono ancora? Non mi pare), pubblicità dei bandi, trasparenza dei meccanismi per accertare i requisiti richiesti in relazione alla posizione etc etc.
Questo è nel D.L.G.S. 165 del 30 Marzo 2001. Interessante perché in materia ho sentito, ma il più delle volte letto, pareri discordanti da svariati colleghi: c’era chi sosteneva che non è giusto e chi sosteneva invece che è sacrosanta la selezione. Davvero, ne ho lette e sentite di ogni e francamente, rileggendo queste righe, sono portata a pensare che siamo davvero un paese strano con una società ancora più schizofrenica dove, da un lato invochiamo maggiore selezione cercando difetti nei colleghi, dall’altro ce la prendiamo come lesa maestà se questa selezione diventa dura per noi. Ammettiamolo, l’abbiamo fatto tutti, ma non fa di noi delle pessime persone, ci rende solo umani.

Che ci sia una selezione per determinati ruoli non lo trovo sbagliato in tutta onestà ma ritengo che forse, una volta dentro, dovrebbe esserci maggiore sostegno, anche e soprattutto psicologico, e informazione per prevenire fenomeni quali il burnout (bestia nera di tutti quei ruolo che hanno a che vedere con situazioni che mettono a dura prova la sfera emotiva) o lo Stress da Lavoro Correlato. La selezione iniziale comunque è giusto ci sia, d’altronde immaginatevi un poliziotto o un carabiniere che non conosce le basilari procedure di controllo e verifica dei documenti o non conosce come si usano le armi e quando si devono usare (non tiratemi fuori la Diaz, il G8 etc, io parlo della quotidianità).

Vogliamo che il bibliotecario comunale sappia aiutarci a trovare il libro che cerchiamo giusto? Vogliamo che il medico ospedaliero sappia curarci in pronto soccorso no? Desideriamo che l’avvocato della difesa sappia fare il suo lavoro in tribunale giusto? Vogliamo che il Dirigente Scolastico sappia fare il suo lavoro al meglio e conosca le regole meglio di noi per aiutarci? E allora perché non dovrebbe essere lo stesso per i docenti?

Abbiamo a che fare con bambini, vero, ma ricordate che, più piccoli sono, più delicatezza e conoscenza sono necessari per lavorare al meglio. Non si chiede di essere materni e genitoriali ma competenti e preparati, specialmente dal punto di vista didattico e pedagogico. La mia vuole essere una riflessione, forse scomoda per alcuni, ma ci tengo a chiarire che nella quotidianità della scuola in cui lavoro, ed in quella in cui ho lavorato, ho visto docenti più che preparati e competenti come docenti più o meno carenti in qualche ambito disciplinare. Tornando alla “selezione”, così come desideriamo per le nostre esigenze persone qualificate e selezionate appositamente per svolgere al meglio questo o quel lavoro, mi sembra opportuno e necessario ricordare che noi per primi dobbiamo accettare che tale selettività si applichi anche a noi docenti e, a nostra volta, dobbiamo insegnare ai nostri alunni che la selezione è importante e necessaria, fa parte della vita stessa, ma questo non vuol dire essere scartati a priori o valere meno se non si viene ritenuti competenti. Dobbiamo essere noi per primi ad insegnare con l’esempio che la selezione è unicamente relativa alle competenze in quel momento e, se non si passa la prima, si può provare e superare la seconda o la terza, quello che conta è provarci e non arrendersi, non farsi demoralizzare, alzarsi, spolverarsi le vesti e tornare a correre invece di piangersi addosso invocando una meritocrazia ed accusando la mancanza di questa se non si supera l’esame (diploma o università, concorso o altro).

Torniamo quindi a leggere quelle poche frasi del Dlgs 165/01 messe poc’anzi e forse avremo più chiaro in quale direzione muovere il nostro agire educativo se vogliamo prepararli davvero alla vita. E a voi? Cosa ha fatto pensare questo articolo?

Alla prossima riflessione

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, opinionibus

Maestra ma tu pensi prima di parlare?

In questa settimana mi son capitati due eventi curiosi che, al solito, mi han fatto riflettere in quei minuti di silenzio a colazione e tra una lezione e l’altra.

Martedì, a lezione di inglese, una bambina molto chiacchierona e tendente a parlare sempre, anche sopra gli altri, e a commentare qualsiasi cosa tu dica, se ne esce nel mezzo della lezione con un candido “maestra ma tu prima di parlare pensi?”.

Mi fermo, la guardo, in altri frangenti e con adulti onestamente mi sarei anche potuta offendere ma ammetto non mi è passato per l’anticamera del cervello potesse essere inteso come insulto o provocazione. Ho chinato la testa di lato e chiesto cortesemente di spiegarmi cosa intendesse e perché quella domanda. La bambina mi ha risposto con candore “no perché parli sempre lentamente e non dici cose a caso”.

Vero, parlo lentamente e lo faccio apposta. Un tempo parlavo più velocemente nel gruppo di amici che frequentavo perché, quando raccontavo qualcosa, venivo puntualmente interrotta e quanto stavo dicendo finiva nel dimenticatoio. Col tempo ho imparato che non è necessario, se non ti vogliono ascoltare non lo fanno comunque, a qualsiasi velocità tu parli. Da lì ho imparato a parlare alla velocità che ritengo più opportuna per permettermi di ponderare e misurare quanto dico e non rischiare di ferire, magari involontariamente, la sensibilità di qualcuno. Ora con i bambini misuro la velocità in base alla ricettività della classe ed alla difficoltà dell’argomento trattato.

La bambina in questione mi ha sorriso e mi ha detto “sai maestra, io non penso mai quando parlo”. Me ne ero accorta ed il problema è che altri bambini tutti orgogliosi mi han detto che non pensano prima di parlare e questo mi preoccupa. Ho detto loro che è il caso che comincino a farlo perché le parole sono pietre: una volta lanciate non puoi riprendertele e quando colpiscono fanno molto male, quindi meglio misurarle e pensarle prima di farle uscire dalla bocca.

Acquarello fatto la mattina a colazione. Sketchbook Talens Artbook e stilografica Preppy.

Quando ne ho parlato con il mio compagno egli, ridendo, mi ha detto “potevi dirle quel detto arabo: parla solo quando pensi che ciò che hai da dire valga più del silenzio”. Non lo conoscevo, lo ammetto, ma mi sono resa conto che l’ho fatto mio e, nel tempo, ho imparato a parlare quando è d’obbligo riempire vuoti, ma senza dire mai troppo e quando invece tacere anche per ore perché il silenzio non fa paura ma è un momento condiviso e piacevole. Il problema reale è che in questa società rumorosa dove tutti hanno qualcosa da dire grazie anche ai social, il silenzio è un lusso che non tutti si concedono (anche se non costerebbe nulla economicamente), ma così facendo rischiano di levare il diritto al silenzio anche a chi lo desidera.

E così, riflettendo su questo detto arabo e sul proverbio “più bel silenzio non fu mai scritto” osservo il disegno fatto stamattina del vasetto di composta di limoni senza zuccheri aggiunti, compagno silenzioso delle mie colazioni che col suo gusto dolce e retrogusto amarognolo, mi ricorda che è tanto bello il silenzio, ma solo fin quando il weekend le colazioni sono in compagnia. Abbiamo bisogno sia del silenzio sia della parola ma passiamo tutta l’esistenza a cercare l’equilibrio tra le due.

E voi quanto ritenete di pensare prima di parlare?

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

(Dis)organizzazione di una maestra

Io provo una profonda invidia per quelle maestre che nei social spopolano proponendo un’organizzazione del materiale per valutare classificato, suddiviso e e con tanto di megarubriche valutative e autovalutative. La mia è un’invidia mista a sincera ammirazione perché devo ammettere che il mio grosso limite è proprio questo.

Io odio valutare, questo di certo non aiuta, ma è un odio viscerale che non ha sede in traumi infantili o scolastici, di questo ne son certa, tuttavia non so da dove ne venga. Il grosso problema è che un insegnante deve valutare per legge, perché fa parte del mestiere, perché insegnare implica anche valutare e verificare quanto appreso ed è un’azione indispensabile per comprendere l’efficacia del proprio agire.

Quando ho fatto il concorso ho buttato giù una rubrica di valutazione e una di autovalutazione in un’oretta, forse meno, pensando che sarebbe stato facile applicare questo metodo una volta superato ed entrata in azione: nulla di più falso. La verità è che, superato il concorso, sono entrata nella scuola con un’esperienza parziale della scuola data dal tirocinio delle superiori che, per quanto mi abbia fatto incontrare insegnanti davvero validi che ricordo tutt’ora, non mi ha dato un quadro reale della quotidianità scolastica.

In una valutazione c’è un mondo, una marea di esperienze e di lavoro, di background dei singoli bambini. Non posso valutare certo la mancanza di doppie o un uso non corretto dell’H del bambino con entrambi i genitori italiani e con una buona cultura alla stregua di un bambino bilingue o di un bambino appena arrivato in Italia. Una rubrica di autovalutazione mi fa ancora più paura perché i bambini sono molto critici con loro stessi di fronte all’errore.

Farmi tutte quelle cartelline suddivise per alunni e argomenti non se ne parla, non posso certo tenermi uno schedario in casa né riempire il mio hard disk di millemila cose, ancor più che trovandomi due classi e cinque materie onestamente diverrebbe assurda la mole di materiale.

Nella circolare pre scrutini mi son ritrovata la dicitura “congruo numero di verifiche” come base per la valutazione. Ma anche lì mi son domandata che numero è congruo? Due? Quattro? Dieci? Io spesso mi baso sull’osservazione in classe perché ci sono i bambini che provano ansia nelle verifiche scritte e mi rendono malissimo, altri provano ansia all’orale. Alla fine mi sono “ridotta” a schemi su foglio di calcolo di Google con nomi, obiettivi e menù a tendina con i livelli…che tanto cambierà perché ovviamente ci cambiano pure la valutazione in corso d’anno (così pare).

Mi ritrovo alla fine a guardare i dettati pieni di correzioni in rosso domandandomi se basarmi sul numero di errori o sulla tipologia, su entrambi ma con un occhio alla famiglia da cui provengono (perché se non sono seguiti ovviamente non posso valutare al medesimo modo di altri più seguiti) e, nonostante sia abbastanza certa della giustizia di questo criterio, il dubbio si insinua e quella domanda mi perseguita “chi sono io per valutare?” e no, non basta rispondere: sono l’insegnante.

Torno a invidiare e ammirare la sicurezza della maestrina di turno che mi presenta entusiasta il suo metodo, sicuramente più infallibile e organizzato, perché io più vado avanti più ho solo dubbi e quelle poche certezze che pensavo incrollabili si stanno sgretolando davanti al peso di una valutazione che vorrei non dare ma che so indispensabile anche per loro, per farli crescere mettendoli di fronte ai loro errori.

Spero di essere l’unica a farmi di questi problemi perché mi piace pensare che gli altri insegnanti siano più tranquilli, sereni e sicuri nel valutare, ma se qualcuno tra voi è come me parliamone e magari, confrontandoci, possiamo aiutarci.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta (e disorganizzata)

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Pubblicato in: diario di una maestra, strumenti per docenti

I veri strumenti per docenti

Anni fa, nel 2017, appena entrata nel Sistema di istruzione, ho partecipato con sincera convinzione ad un seminario sulle responsabilità del personale docente. Avevo già intuito in qualche modo, forse, quello che sarebbe stato utile per la professione tanto quanto la preparazione teorica alla didattica (perché diciamocelo pure fuori dai denti, il concorso è teoria).

Il seminario è durato due, forse tre ore in cui il relatore, proveniente dall’Ufficio Scolastico Regionale (USR per i non addetti che leggono…se ce ne sono)ha riempito di nozioni, riferimenti normativi e legislativi di cui, diciamolo pure fuori dai denti, alla fine non ricordavi nemmeno la metà. Lì cominciavo a farmi un’idea di quello che poi mi ha portato oggi a scrivere questo articolo.

Nei successivi anni mi sono resa conto, osservandomi attorno ed interagendo con varie tipologie di colleghi/e, che molte conoscenze vanno perdendosi divorate dai ritmi quotidiani, dalle varie problematiche che via via emergono nel corso dei giorni, mesi e poi anni di insegnamento e finisce che, pur essendo fondamentali certe conoscenze, le dimentichi (alcune in realtà nemmeno sono richieste anche se fondamentali).

Fate un piccolo esperimento: chiudetevi al buio, buio completo, in una stanza che conoscete bene e in cui ci siete stati più volte e provate a fare una passeggiata all’interno. Conoscete la disposizione dei mobili e sapete come arrivare a quello o quell’altro, ma sapete che magari, se siete dalla porta, che quel mobile è a sinistra e quell’altro a destra, ma se provate ad aprire l’armadio, ammesso ci riusciate alla prima e senza andare a tentoni, non saprete abbinare i colori né scegliere cosa mettervi e molto probabilmente scontrerete contro qualcosa perché vi eravate scordati che era lì troppo intenti a raggiungere qualcosa nel tentativo di dimostrarmi che avevo torto (per cosa? Non lo so, ma è un meccanismo umano).

Ecco, se lo avete fatto avete capito cosa vive quotidianamente un docente medio. Per docente medio intendo un docente che non è formato adeguatamente sulla normativa scolastica.

Obiezione che anticipo perché l’avrei fatta anche io anni fa. Il mio intento non è dare degli ignoranti o insultare l’intelligenza dei colleghi insegnanti di tutti gli ordini e gradi, bensì fare una riflessione attenta su un aspetto poco curato della formazione dei docenti. Abbiamo tante cose di cui occuparci, vero, ma se noi per primi non conosciamo i confini in cui ci muoviamo, come possiamo lavorare serenamente? Come possiamo educatamente ribattere ad alcune questioni sollevate dai genitori? Come possiamo tutelarci da eventuali (non è detto che ce ne siano) deliri o forzate interpretazioni normative di Dirigenti scolastici? Informarci e formarci in tal senso può accendere la luce nella stanza. Certo, sappiamo già che i mobili presenti son quelli e dove sono, ma non sbatteremo più il mignolo del piede contro uno spigolo (e sapete che tanto succede anche se conoscete quella stanza a menadito, a volte anche con la luce accesa).

Sapere è Potere! Quante volte lo abbiamo sentito dire? Mai? Io l’ho sentito dire molte volte e spesso non ho compreso questa frase e più spesso l’ho relegata al sapere scolastico relegato alle materie di insegnamento o alla cultura personale in altri ambiti che mi appassionano. Mai come in questi anni di studio per il concorso, e l’osservazione diretta, ho davvero compreso e, di conseguenza, preso piena consapevolezza del significato profondo di questa affermazione.

Il potere in questo caso non è solo possibilità di muoversi in una direzione o nell’altra, poter fare qualcosa, e nemmeno Potere inteso come autorità sull’altro, ma va inteso come conoscenza dei limiti, dei diritti (e doveri) della propria professione per evitare abusi che si perpetrano spesso per ignoranza personale e/o altrui del “recinto” in cui ci si può muovere e le regole del gioco. Conoscere ci permette di comprendere e comprendere ci permette di muoverci con sicurezza in un ambiente complesso salvaguardando i propri diritti rispettando i nostri doveri.

Non è mia intenzione essere polemica, e non va inteso in questo senso questo intervento, ma ho avuto modo di osservare che più o meno inconsciamente in tutti gli ambienti lavorativi ci sono atteggiamenti tendenti alla prevaricazione, a volte per convinzione, altre per natura personale e dinamiche sociali dovute anche a caratteristiche individuali, altre volte semplicemente perché, detta alla Hobbes, homo homini lupus ed è terribilmente umano cercare di “comandare”. Ebbene, qualsiasi carattere tu abbia, qualsiasi grado di istruzione, qualsiasi caratteristica personale ti spinga a pensare di non essere all’altezza (o di esserlo troppo) informati! Abbiamo la conoscenza a portata di clic e basta aprire un motore di ricerca e cercare su Normattiva, Tuttoscuola, Professione Insegnante o anche solo i sindacati della scuola quali la Gilda (per non citare sempre i soliti). Non abbiate paura ed informatevi, vi auguro di scoprire che mai nessun torto vi sia stato fatto, ma probabilmente scoprirete che qualche fregatura ve la siete presa perché non sapevate.

Da quando ho iniziato a studiare per il concorso da DS mi sono domandata più volte come mai certi argomenti non venissero mai affrontati nei corsi di formazione, non escludo a priori che mi siano sfuggiti corsi che preparavano in tal senso, ma ho qualche dubbio a riguardo. Successivamente, parlando con colleghe ed ascoltandole, mi sono resa conto che è più facile chiedere al sindacalista della scuola che stare a spulciare nel marasma di siti che dicono tutto e il contrario di tutto. Ho pensato di poter sfruttare questo canale, ancor più che comincia ad avere un discreto numero di follower, per “aiutare”, riflettere insieme e divulgare ma mi ha sempre frenata il timore di dire castronerie nonostante la preparazione, forse fin troppo consapevole della mia fallibilità. Insomma alla fine, non ve lo nego, ho cercato e trovato collaborazione in un sindacato (non storcete il naso per cortesia, non ora almeno) forse meno mainstream ma molto efficace a mio modesto parere e molto meno schierato di altri.

Da qui nasce il progetto di una pagina dedicata ai “vostri” casi, che siate insegnanti, genitori, studenti o dirigenti (perché no?).

La regola è semplice: inviate una mail con la descrizione possibilmente onesta e dettagliata del vostro “caso” da sottoporre, che sia un evento accaduto, una circolare diramata a scuola o altro a diariodiunamaestra@gmail.com ed io la pubblicherò senza riferimenti che possano richiamare alla vostra identità o alla scuola in questione in versione romanzata e favoleggiante. Ad affiancarmi e commentare il caso ci sarà un sindacalista della Gilda degli insegnanti (ma non temete, se siete genitori o studenti mi metterò nei vostri panni). Questo è un inizio, come si svilupperà dipenderà solo da voi.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: opinionibus

Sesso e Samba

Nel lungo periodo di malattia sono incappata, durante i tempi morti tra un interesse e l’altro, in alcuni post di maestre e altri indignatissimi per i testi di Tony Effe.

Non so chi sia, questo va detto, ma ho letto qualcosa. C’è chi ha fatto un discorso circa la comprensione degli artisti, i tempi che cambiano e, con essi, i gusti e chi invece ha urlato allo scandalo per i testi. Ammetto che ho sorriso a chi, forse ingenuamente, ha pure richiamato allo “schifo” e “morte dell’arte”, la decadenza della società etc etc citando la Banana di Cattelan dimostrando di non comprenderne il significato (che richiama alla “Merde d’Artiste”). Di per sé avevo archiviato il tutto nel cassetto degli argomenti da serata all you can eat con amici o quattro chiacchiere alla macchinetta del caffè, ma poi ieri un bambino di quinta mi tira fuori Tony Effe, proprio lui.

Tony effe, nome d’arte di Nicolò Rapisarda (classe 1991) ha fatto parte di un collettivo Trap per poi darsi alla carriera da solista. Cocina romana pesante quando parla (e canta), aria imbronciata, inquadrature sempre in movimento ora alla Wreking Ball della Cyrus, ora tra fanciulle belle da rivista con l’aria imbronciata quanto la sua e testi…ammetto non li ho letti. Ho letto in giro che vanno inneggiando alla violenza sulle donne e al trattare le donne come oggetti.

Uno di questi giorni, nella quinta, partendo dalla poesia di un russo data per le vacanze dalla supplente, siamo arrivati ai testi delle canzoni come poesie sonore ed ecco sbucare Tony Effe. Ho ammesso che non avevo letto i testi ma in giro si chiacchierava molto sui contenuti e loro, quasi a volermi proteggere, mi dicono “no maestra le parole sono brutte, violente, meglio se non le ascolti”. Non diciamogli che son cresciuta tra Sympathy for the Devil degli Stones e Highway to hell dei AC/DC. Ad un certo punto uno dei bambini se ne esce con “maestra, dicono tanto di Tony Effe ma non hanno ascoltato tutte le canzoni, alcune sono belle”

Io metto su una faccia curiosa e sorpresa chiedendo quale e lui mi risponde “Sesso e samba per esempio è bella e non parla di trattare le donne come oggetto”

Annuisco ma non commento. Ho ascoltato la canzone in questione e un poco mi vergognavo a dire che manco sapevo che fosse di questo Tony Effe pur essendoci scritto (ma dei tormentoni spesso non calcolo nemmeno l’autore). Ad ogni modo la mia mente è andata ai bimbi di prima che ho avuto nella precedente scuola che andavano matti per “Despacito”.

Ebbene si, ammetto che quando me lo dicevano mi veniva in mente questo pezzo di video e la mia espressione era…perplessa.

Mi sono ripetuta più volte che non avranno certo visto il video e poi vai a capire il testo, a sei anni poi, nemmeno lo vai a sentire, cogli giusto il sound.

La riflessione si è trascinata a casa, come ormai accade a tutte noi insegnanti. Parlandone con il mio compagno abbiamo concluso e concordato che in fondo anche noi adulti spesso sentiamo canzoni senza capirne o coglierne il testo. Senza andare sulle canzoni straniere che, a tradurle oggi vien quasi da ridere a pensare come erano state travisate da ragazzini (colpa dei video…video kill the radio star), ma andando su canzoni italiane basti pensare a Dolcenera di De Andrè o, sempre di De Andrè, la crudelissima e stupenda “La Ballata dell’Amore Cieco”, già più esplicita, ma di cui cogli la reale portata del testo in un secondo momento. La lista si estende anche ad altri cantautori, da Vasco a Baglioni fino ad altri che magari ora come ora non ricordo o non conosco bene a fondo.

Riprendiamo l’argomento con i bambini e loro ammettono senza esitazioni, quasi facendomi sentire più boomer di quanto già non mi senta di mio, che non ascoltano mai le parole, si concentrano sul suono. Alla fine, comunque la metti, il vero problema è che noi adulti dimentichiamo come eravamo da bambini e, nei nostri afflati pedagogici, sopravvalutiamo il superfluo e sottovalutiamo ciò che conta davvero: ascoltarli.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

2025:anno nuovo, vita vecchia?

L’inizio anno è una giornata piena di aspettative, progetti, speranze e vita. I primi tre giorni si vive un momento magico in cui tutto sembra possibile, anche diventare una top model entro fine anno (massì, basta che rinunci al dolce…magari da domani però che devo finire il pandoro) salvo poi ritrovarsi a Dicembre ancora Tropp Model.

Il primo giorno dell’anno per me è iniziato con “basta, ora faccio un disegno al giorno”…e sono al 3 Gennaio che ancora devo iniziare i tremila disegni e due quadri che mi ero proposta di fare, compensato però da qualche gitarella fuori porta finita in piano B per via di un incidente in autostrada e lavori su altre strade che ci hanno fatto diventare il viaggio lungo e interminabile. Per fortuna io e il mio compagno abbiamo molto di cui parlare.

Non voglio essere la consueta doccia di cinismo, pessimismo e fastidio ma ad onor del vero proprio in questi giorni di pace e quiete (e speranze) mi son ritrovata la circolare sul registro elettronico di uno sciopero cui avvisare dell’adesione o meno entro…il giorno seguente! Peccato che siamo in pausa didattica. In un interessante corso sulle figure di Sistema nella scuola promosso su Scuola Futura, si è trattato dell’argomento che mi ha sollevato questa e tutta una serie di altri comportamenti rilevati nelle scuole da me frequentate, ma anche in quelle di amiche: il diritto alla disconnessione. Tale diritto è stato materia di discussione dall’emergenza pandemica Covid-19 in poi che, come sappiamo, ci ha trovati impreparati (chi più, chi meno) non solo dal punto di vista didattico e metodologico ma anche disciplinare, dove per disciplinare non intendo un’etica del lavoro quanto una conservazione e igiene mentale nel stabilire dei confini tra vita lavorativa e sfera personale.

Ma per la scuola, che inizierà implacabilmente il 7 Gennaio, quali buoni propositi? Quali aspettative? Quali sogni? Nessuno!

Questo è il punto interessante del Contratto collettivo Nazionale che parla proprio di Diritto alla Disconnessione che stabilisce che sono oggetto di contrattazione integrativa a livello di istituzione scolastica ed educativa:

c8) i criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da quello di servizio, al fine di una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare (diritto alla disconnessione);

Tradotto? Parlatene con l’RSU del vostro Istituto (le assemblee per la contrattazione servono anche a questo, non solo a stabilire i compensi) ma ricordate che il diritto alla disconnessione è sancito dalla Legge 61 del 2021 e questo vale per il lavoro in smart working sia nel pubblico che nel privato.

Il problema principale è che noi docenti siamo bombardati da whatsapp, mail e circolari quotidianamente e già, oltre l’orario di lavoro stabilito da contratto, ci ritroviamo a perdere ulteriori ore a decifrare il burocratese, sedare animi, cercare materiale e far capire ad alcune colleghe che magari c’è anche una vita oltre la scuola e vorresti viverla e se sei in malattia poi non dovresti nemmeno lavorare da remoto. Il vero dramma è che il diritto alla disconnessione oggigiorno in Italia non viene riconosciuto in primis dai lavoratori stessi che, avvezzi ormai al bombardamento tecnologico e uso massivo di questi mezzi durante la pandemia, si sono abituati a comunicare qualsiasi cosa in tempo reale. La rivoluzione, quella vera, parte sempre dal basso!

Cosa possiamo fare quindi per ovviare?

  1. Non guardare le chat e mail di scuola Sabato e Domenica (o Domenica solo se lavorate anche il Sabato)
  2. Non guardare chat e mail di scuola dopo una certa ora, per esempio le 17 o 17:30. Insomma stabilite voi un’ora oltre la quale non esiste più la scuola, i colleghi, il o la DS e gli alunni ma solo voi, amici e parenti.
  3. Essere decisi e lapidari con genitori invadenti che chiamano oltre l’orario stabilito da voi. Frega niente se chiamano alle otto di sera dicendo che quell’altra collega ha fatto o detto, troncate con un “scusi ma non sono in servizio” e buttate giù.
  4. Parlarne con l’RSU e partecipare alle assemblee sindacali per chiarire questi punti

Queste regole di base, e di igiene mentale oserei dire, sono fondamentali per stabilire dei confini, mettere paletti e gettare le fondamenta per una decisa e comunitaria difesa di un sacrosanto diritto.

Ricordate che dedicarsi alla scuola è lodevole così come è lodevole l’impegno verso i propri alunni, ma il tempo che perdete levandolo a voi stessi ed alla famiglia per questo non vi verrà mai più reso e prima o poi in pensione ci andrete, pertanto meglio cominciare a cercare un giusto equilibrio per non arrivare alla fine in pieno burn-out e colmi di rimpianto per non aver difeso una sfera personale che è vostra di diritto.

Il miglior proposito che potete farvi per questo anno (e per i prossimi) è proprio questo: stabilire confini, mettere paletti, difendere i vostri diritti per godervi la vita oltre la scuola, oltre il lavoro.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: opinionibus, vita privata di una maestra

Il vero coraggio è saper dire “non me la sento”

Da ieri (o forse un paio di giorni?) fioccano polemiche che strumentalizzano il ritiro dal ring della boxeur italiana. La Meloni subito si è precipitata a “consolare” l’atleta con la speranza di un incontro più equo (?). Cosa è successo?

Il giorno dopo i giornali e i social si scatenano con vignette satiriche che prendono in giro la Khalif per l’aspetto androgino e vanno a scavare nel passato sostenendo addirittura possa essere una trans. Bene, se siete arrivati/e fin qui ora vi invito a continuare e poi rileggere la parte in arancione all’inizio.

Classe 1998, figlia di ex poliziotti, argento nei mondiali e negli europei del 2019, l’ultima volta che salì sul ring olimpico, Tokyo 2020 (tenutesi nel 21 causa Covid), il padre era in fin di vita e poi è deceduto e lei è rimasta ferma un anno. Tornare sul ring di Parigi è, per sua stessa ammissione, un riscatto. Affronta a testa alta la collega algerina senza paura ma si era già fermata per problemi al casco e dopo il primo pugno si rivolge all’allenatore ripetendo “mi ha fatto malissimo”. Sui social lei stessa dichiara: «Ero salita sul ring per combattere. Non mi sono arresa, ma un pugno mi ha fatto troppo male e dunque ho detto basta». In una successiva intervista ha dichiarato che il coraggio non è solo andare avanti e vincere (o perdere, anche per quello ci vuole coraggio), ma soprattuto saper dire no, non ce la faccio, non posso continuare. Insomma ci vuole coraggio ad ammettere agli ottavi di finale alle olimpiadi che non hai le forze psichiche o fisiche, o entrambe per dare il meglio.

Classe 1999, medaglia d’oro nei giochi del Mediterraneo e ai Campionati africani dilettanti del 2022, oro nei giochi panarabi in Algeria nel 2023. Nel Marzo 2023 è stata squalificata dai Campionati Mondiali di pugilato dilettanti femminili per aver fallito un test di idoneità di genere.  Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha successivamente affermato che Khelif era stata squalificata a causa degli alti livelli di testosterone riscontrati nel sangue della pugile algerina. Problemi e scandali sugli arbitraggi hanno obbligato il CIO a prendersi la responsabilità se ammettere o meno la Khelif a queste olimpiadi e la decisione l’abbiamo vista, anche se fortemente contestata dall’ex pugile irlandese Barry McGuigan. Ha partecipato alle olimpiadi di Tokyo 2021 e si è piazzata quinta (evidentemente era battibile da altre donne). Ipotesi? Che possa essere un’intersesso.

Se è stata sconfitta vuol dire che imbattibile da una donna non lo è. Questa non è ipotesi ma dato di fatto. Ci sono uomini battibili dalle donne? Certo, dipende anche lì dallo sport e dalle categorie, ma nello sport e stessa categoria qualcosa vorrà pur dire. Ora che avete letto le pur brevi biografie delle atlete (ed aver dato anche un’occhiata alla pagina di wikipedia sull’intersessualità) vi invito a rileggere quanto accaduto, ma ricordandovi della Byles delle olimpiadi di Tokyo quando si ritirò dichiarando di non essere nelle condizioni psicofisiche per partecipare.

Non mi azzardo né è mia intenzione condizionare o sperare di cambiare opinioni diverse e profondamente radicate in certe posizioni fortemente ideologiche, ma invito a provare a riflettere astenendosi dal giudizio.

Alla prossima la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

Il diario personale o di classe?

Da sempre oramai ho l’abitudine di tenere un diario personale, e non è il blog bensì un vero e proprio diario cartaceo, su cui scrivo senza assiduità ciò che mi capita, ogni tanto abbozzo qualche disegnino mai colorato e, ultimamente, ci incollo pure delle foto stampate con la stampantina termica di recente acquisto. Sono pienamente consapevole che della cosa non vi importi un fico secco, ma non è tanto del mio diario nello specifico che vi parlo oggi, ma dello scrivere su un diario.

In questi giorni di chiusura vera e propria dell’anno scolastico, nell’annoiato rovistare nella libreria, sono incappata per puro caso nel mio minidiario comix di quando avevo 29 anni. Non avevo bisogno di un diario, ma lo tenevo ugualmente e qualche disegno scappava sempre tra un biglietto del cinema e uno di un museo incollati tra le pagine a memento dell’esperienza vissuta. Mi son ricordata che, paradossalmente, alle superiori disegnavo pagine e pagine di quaderno apposito ma non disegnavo mai sul diario, cosa per la quale una mia cugina mi prendeva bonariamente in giro. In effetti, a ben pensarci, mi suona molto strano.

Tenere un diario personale non è da tutti, questo l’ho scoperto col tempo. Non tutti lo fanno, ma io si e l’ho usato spesso e volentieri come sfogatoio, vomitorio di tutte le frustrazioni e drammi veri o presunti che mi hanno accompagnata in questi anni, ma quello che mi incuriosisce è che da qualche anno ho trovato il piacere puro nel tenere un diario ove disegnare, ma anche appuntare luoghi, cibi e altre amenità che non siano drammi ma solo esperienze.

Tutto è iniziato quando per puro diletto e spirito di sperimentazione, ho cominciato a disegnare velocemente in vacanza, nelle code al casello ai tempi senza telepass o al bar per ripararci dalla calura estiva per una mezz’oretta. Avrei preferito la stampante portatile per poter stampare e farmi un diario di viaggio ma…che diamine, so disegnare no? Sfruttiamo questo talento. Prima tenevo diario personale e sketchbook journal (diario disegnato) separati, ed ora all’improvviso mi son domandata: perché non unirli? Perché la carta degli sketchbook è troppo bella e i paperblanks, che hanno bellissime copertine, non hanno la carta altrettanto bella…e costano.

Da che son diventata maestra il vezzo di un’agenda o un diario lavorativo è diventato una necessità per via della miriade di cose che capitano e gli adempimenti da ricordare e, se è vero da un lato che abbiamo lo smartphone una miriade di app a disposizione per tenere d’occhio e ricordare i vari impegni, il disegno e la voglia di decorare, personalizzare, scrivere, rimane.

Ma che cosa è il diario? Che sia privato o scolastico, che sia un quaderno (come uso io) o un diario di marca (come uso io) è uno spazio personale in cui esprimersi oltre che appuntare compiti e impegni quindi mi domandavo…e se insegnassimo ai nostri alunni ad esprimersi sul diario? Se insegnassimo loro a tenere un diario in cui scrivere quello che succede ma anche annotare cose che colpiscono? Perché non tenere un diario di classe tutti assieme?

Eccoci al punto!

Studiando sono incappata nell’organizzazione delle risposte alle domande aperte dei concorsi. Ammetto che mi è scappato il sorriso dal momento che per il concorso docenti non c’era nulla che preparasse a riguardo. Per farla breve, ci sono tre frasi nella risposta ad una domanda aperta:

  • fase di pre-scrittura
  • fase di scrittura
  • fase di post-scrittura

E buongiorno mi direte ed avete ragione, ma la cosa interessante è la fase di pre-scrittura che prevede la raccolta delle idee per realizzare una scaletta. Nel nostro caso, se volessimo fare un diario di classe si può più praticamente parlare di ideare uno schema da rispettare.

Raccogliere le idee e organizzarle è difficile anche per noi adulti, figurarsi per i bambini. Quali informazioni vogliamo mettere? Vogliamo sottolinearne il rapporto causa-effetto o virare sulla narrazione? Potremmo fare un mix volendo, variando a seconda della materia del giorno che ha insegnato qualcosa di nuovo.

In questo anno appena concluso ho insegnato ai bambini a “prendere appunti”. Guardando i documentari di Alberto Angela (che non ringrazierò mai abbastanza), i bambini scrivevano quello che rimaneva loro impresso e che li colpiva maggiormente. Poche cose alla fine, ma era curioso confrontarsi e vedere come ciò che colpiva alcuni non colpiva altri e come qualcuno ricordasse particolari che altri non ricordavano. Quelle lezioni di fine anno, confesso, erano estemporanee visto che mancavano oramai due settimane alla fine e venivo interrotta spesso, ma anche loro erano stanchi e poco ricettivi per cui occorreva qualcosa che li coinvolgesse maggiormente di un mero esercizio sul libro.

L’idea che lancio, e chi vuole la colga, è di aiutarli a scrivere su un quaderno quello che ricordano, quello che gli è piaciuto di uno o più argomenti della giornata e perché. Tra il testo descrittivo ed il diario, questo modus scrivendi permette loro di organizzare i contenuti dando un ordine (è successo, mi ha colpito questo, mi ha colpito perché) che nel tempo può essere interiorizzato al punto da tradursi anche in una esposizione chiara degli argomenti studiati. In questo mondo caotico e disorganizzato, hanno bisogno di ordine ed hanno bisogno di imparare ad esprimere i loro pensieri e le loro emozioni attraverso le parole scritte. Scrivere in maniera ordinata aiuta a mettere in ordine i pensieri. L’ordine che suggerisco ai bambini è quindi il seguente:

  1. Argomento generale della lezione (es. La vita quotidiana per gli Egizi)
  2. Cosa mi ha colpita in particolare dell’argomento (es. Mi ha colpita il khol perché si truccavano anche gli uomini)
  3. Perché mi ha colpita (es. Mi ha colpita perché il trucco veniva usato soprattutto per protezione dal sole e disinfettante)

Lo stesso schema si può applicare al diario personale che, nel bene o nel male, già contiene questo schema narrativo. Esempio classico è: Oggi ho litigato con Tizio perché… ci sono rimasta molto male dal momento che con Tizio siamo amici da tanto, ma quello che mi ha fatto più male è…perché. Se i bambini imparano ad esprimersi nel loro diario personale, questo li può aiutare a formulare pensieri via via più complessi, organizzare le idee e dare forma ai pensieri, traducendoli in temi che un domani possono essere apprezzati ed apprezzabili dai professori oltre che utili per la loro crescita personale.

Un piccolo appello ai genitori lo faccio ora, perché è doveroso e mi sembra opportuno. Capisco che i figli li sentite “vostri”, quasi come fossero proprietà dato che li avete messi al mondo, ma ricordate che sono esseri umani senzienti e voi li accompagnate solo nella crescita pertanto…non leggete i loro diari! Per quanto possa essere forte la tentazione, per quanto possiate sentirvi autorizzati dalle mille ansie e preoccupazioni sentendo le varie notizie spesso allarmanti, non leggete. Ascoltateli, provate ad instaurare un dialogo non giudicante, cercate di guidarli attraverso il ragionamento, ma non entrate mai nell’intimità di un diario personale perché è una violazione grave e irrispettosa.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

La resilienza: kintsugi dell’anima

Quando siamo entrati in piena crisi pandemica, ed una volta usciti da questa, la parola d’ordine sulla bocca di tutti era “resilienza”. Piaceva così tanto questa parola che è finita pure in un piano di finanziamenti (per un’Italia più equa, sostenibile e inclusiva…si), ma non capisci mai il valore ed il significato di questa parola fin quando non prendi una di quelle sonore e pesanti facciate contro il muro.

Ho provato il concorso per dirigenti, in fondo i requisiti li avevo, avevo studiato due anni nonostante diversi problemi in famiglia ma, come c’era da aspettarsi a vederla con il senno di poi, non è andata. Non ho preso un voto basso, ma nemmeno alto, e le mie prestazioni son state rovinate da un’insidiosa indecisione, mista ad insicurezza che mi condanna a tornare sui miei passi invece di lasciar le cose come stanno.

Non è del mio insuccesso però che vi parlo, questo è uno dei tanti che costellano la mia vita come quella di molti altri, ma è della resilienza appunto. Durante il tragitto di ritorno dalla prova ho riflettuto su questa parola perché in effetti ho riscontrato quella cocente delusione che mi attanagliava al punto da essermi fatta un bel pianto liberatorio (adrenalina accumulata e frustrazione probabilmente) e infine analisi della mia evidentemente insufficiente preparazione.

Cosa è andato storto? Partiamo dal fatto che non avrei dovuto nutrire troppe speranze visto il numero davvero esiguo di posti, quindi l’errore di base è stato illudermi.

Ho avuto una serie di problemi in famiglia, tra salute, organizzazione ed eventi luttuosi, nonché un master, che diciamo forse non mi hanno messa nella migliore condizione per studiare…ma l’ho fatto. Evidentemente non abbastanza, non quanto e non bene quanto avrei dovuto. Insomma se c’è qualcuno cui addossare responsabilità sono io e solo io.

E dove sta la resilienza? Proprio in questo! Nella capacità di assorbire questo urto, diciamo non proprio leggero ma prevedibilissimo, e guardare avanti, fare progetti e mettere in atto quella flessibilità che la DS della mia prima scuola da docente aveva riconosciuto in me.

Ma la Resilienza, di preciso, che cos’è? Secondo la Treccani, al punto 3, in psicologia è la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.

Che il non passare possa essere considerabile o meno come trauma non saprei, per alcuni sicuramente si, per altri magari no. Tornando a scuola il giorno seguente, per il principio sacro nella mia famiglia per cui se si cade ci si rialza subito e si riprende, sono stata accolta dai miei alunni con allegria e calore e mi hanno anche chiesto come era andata. E’ stato allora, in quel preciso momento che ho capito che quello che mi è accaduto potevo trasformarlo, manipolarlo, sezionarlo, ripararlo e restituirlo in un qualcosa di valore unico e inestimabile come fa l’arte del Kintsugi: un esempio.

Ho spiegato loro i miei errori (non le definizioni sbagliate si intende), quello che ho provato e che mi ha fatto sbagliare e si è creata una connessione con loro. Loro hanno visto che la loro maestra è umana, sbaglia, prova gli stessi sentimenti, dubbi sulle proprie conoscenze, timori…e mi hanno detto “maestra dai, capita anche a me”. Ah i bambini!

Abbiamo parlato in classe di come affrontare la delusione, come rimettersi in pista, come aiutarsi ed aiutare. Alla fine di questa lezione di un’ora, i bambini ne sono usciti dicendo che ora nelle verifiche si sarebbero sentiti meno agitati, ed io onestamente credo in quel monaco buddista dall’aspetto rassicurante e la voce vellutata che su instagram ogni tanto sembra apparire a proposito quando mi dice “tutto accade per una ragione: le belle esperienze ti danno validi ricordi, le brutte esperienze ti danno valide lezioni“. Ci aggiungo che sono graniticamente convinta che il miglior insegnamento lo si dà attraverso l’esempio e questa esperienza mi ha dato una possibilità in più per dare un esempio.

Da questa esperienza ho imparato molto su me stessa, sui miei limiti, sulle colleghe meravigliose che mi circondano e sulle mie capacità, ma ho imparato anche molte cose sui diritti e doveri del docente e ad avere una visione d’insieme del funzionamento di una scuola che mi ha restituito un quadro talmente complesso da far impallidire le “Nozze di Canaan” del Veronese quanto a dettagli (o un quadro del Canaletto se preferite).

La resilienza è un dono o è un’arte che si può apprendere? Non so rispondere a questa domanda con precisione, forse l’abbiamo tutti questo dono, forse altri lo hanno appreso invece nel corso della propria vita, con eventi…ma alla fine è un elemento fondamentale nella nostra esistenza, elemento che negli animali è istintivo e naturale, e forse la differenza è che in noi esseri umani si aggiunge solo la consapevolezza della sua esistenza ed un nome da darle che ci rassicura.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: Fai da te del maestro, strumenti per docenti

Una maestra Genia!

Carina, magra, capello corto ma sempre ordinato, bel visetto e occhiali (perché poi sempre gli occhiali a noi maestre?), ecco come l’Intelligenza Artificiale dipinge il prototipo di maestra dall’aria così dolce, rassicurante e accogliente: in pratica come se fossimo sempre ai primi di settembre anche se siamo a fine maggio con capelli sfatti, voglia di vivere sotto le scarpe e sguardo zombie. Scherzi a parte, questo progetto nasce per aiutare studenti e docenti nell’organizzare, predisporre e somministrare materiale didattico. Altro non è che una tutor, a pagamento per alcune funzioni, virtuale per lo studio.

Oramai per gamification ti spacciano qualsiasi cosa, anche una ricetta dei biscotti, ma ho voluto provare ed andare in avanscoperta per voi (scherzo, l’ho fatto per me altrimenti come mi illudo di poter essere di aiuto?). Dopo essermi iscritta mi è apparsa questa schermata

Sono andata giusto sulle materie di studio ed ecco che mi appare tutta una serie di materie, tra cui possono esserci anche quelle che ti trovi alle secondarie (I e II grado) e ti domandi già “maestra de che? Casomai Prof.ssa”. Se clicchi sulla stellina aggiungi le materie selezionate ai preferiti…vediamo a cosa servirà, intanto continuo la mia esplorazione.

Se vado sulla sinistra, mi ritrovo questo elenco

Strumenti AI per lo studio non sono altro che un elenco di modelli: tesina, relazione, riassunto, parafrasi di un testo, suddivisione di un testo in punti, analisi del testo etc. Avviso, di gratis c’è solo il riassunto e questo mi fa storcere il naso.

Tutor AI si presenta già più utile, soprattutto per i docenti che devono organizzare una lezione o dare un ordine alle mille idee fornendo parole chiave ed aiutando nel creare contenuti (anche immagini). Unica pecca per alcuni è che è tutto in inglese.

Essendo uno strumento appena nato probabilmente devono fare ancora qualche miglioria.

AI viscion ti permette di inserire un’immagine e chiedere di parlare di tale argomento inerente l’immagine

Attenzione perché ti tocca usare genia coin per questo, quindi usatelo con parsimonia se non volete fare l’abbonamento.

Altro strumento utile e interessante ma obbliga alla spesa di Genia coin è Chat PDF dove, caricando un pdf di qualsiasi argomento ed inserendo nella chat una domanda, ti viene data una risposta che puoi approfondire o integrare con altre domande. Il tutto è esportabile in word, pdf o text file.

Stessa possibilità di esportare vi è per le immagini e per la creazione di articoli come precedentemente visto. Se volete esportare un articolo o un testo in un secondo momento basterà andare su documenti->tutti i documento oppure genia books e vi ritroverete gli articoli. In Chat e AI vision avrete invece modo di tornare agli argomenti precedentemente affrontati selezionandoli dal menù a sinistra della chat.

Ora andiamo al tasto dolente della Genialata, ci sono due abbonamenti: mensile e annuale.

Mensile ammonta a €14.90

Annuale ammonta a €129.00

Ha i suoi vantaggi e svantaggi, l’abbonamento in tutta onestà mi sembra oneroso, potrebbero effettivamente fare delle tariffe agevolate per scuole o per docenti, ma devon pur campare. Non si paga con Carta del Docente pertanto, se siete intenzionati a farlo, mettete in conto anche questo. Certo può essere un valido aiuto, ma ci sono tanti strumenti nel web e, secondo me, un po’ di tempo in più a studiare o prepararsi su un argomento non è mai perso, permette anche di non avere qualche vuoto di memoria che può capitare a tutti.

Alla prossima la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Il fabbricante di…libri

Non parlo di editori, non parlo nemmeno di autopubblicazione o altro…niente di tutto ciò. Nei giorni passati, spinta da recensioni positive e negative e curiosità, ho letto il libro, e visto il film tratto da esso, intitolato “Il fabbricante di lacrime” di Eric Doom, nome de plume di una certa Matilde nonsocosa. Sul libro meglio che non mi pronunci e sul film men che mai, ma mi è capitato un articolo con un’intervista all’autrice che, nella sperticata difesa del genere “romance”, ha rivelato di aver iniziato scrivendo su una piattaforma online chiamata Wattpad: potevo non andare a curiosare? Giammai!

Nemmeno mi sono domandata cosa fosse che già avevo avviato la ricerca su google e trovato in meno di un nanosecondo “Wattpad: where stories live” traducibile col modestissimo Wattpad: dove le storie prendono vita.

Fatto trenta, famo trentuno e mi ci sono iscritta! Puoi leggere o scrivere (o entrambe suppongo). Inseriti i dati per la registrazione mi è apparsa questa schermata

Niente di che, ti chiede se ti piace leggere, scrivere o entrambi. Successivamente chiederà se sei uno scrittore professionista, se ti piacerebbe esserlo o niente di tutto ciò e, infine, tre generi che ti piacciono con tanto di richiesta se sei una lei, un lui o un boh.

Vi avviso che mette subito in inglese, di default, ma potete cambiare lingua andando sul menù in alto a sinistra e cliccando su “Language: english”. Non fate come me, salvate o non vi cambia nulla. Una volta salvato nella lingua scelta, vi apparirà tutto come desiderate. Ora non resta che scegliere tra storie che vi ispirano, seguirle o scriverle voi stessi/e.

A me, neanche a dirlo, è caduto l’occhio sulla “fiction per ragazzi” vincitrice dei Wattys 2023, che suppongo essere qualche premio della piattaforma, così…a naso. Si tratta di una storia completa così non dobbiamo stare ad aspettare che lo scrittore o scrittrice pubblichino il capitolo, ed ha ricevuto il premio per la miglior trama (che essendo il Fabbricante di lacrime uscito da questa piattaforma non vuol dire molto). Non l’ho ancora letto, ma chissà, magari un giorno lo farò.

Intanto curioso tra gli strumenti dello scrittore. In alto a destra c’è proprio la dicitura “scrivi” da cui si apre il menù a tendina.

Avviso che tra i concorsi ce ne sono alcuni che potrebbero andare bene per la scuola! Per il momento molti son chiusi, ma vale la spesa tenere d’occhio in modo da non lasciarsi perdere i prossimi.

Provo a Creare una nuova storia e mi appare questa schermata. La copertina, nemmeno a dirlo, è l’ultimo dei nostri problemi visto che una storia ancora non l’abbiamo. Mettiamo per ipotesi di averla ed ecco che dobbiamo inserire Titolo, descrizione, i nomi dei personaggi principali (ma perché?), una categoria (science, fiction, fun-fiction, romance etc), dei tag che sono indispensabili per farti trovare (per esempio egitto, se la storia è ambientata lì): ricordate che più tag si mettono più facile è per gli altri trovare la nostra storia)

Scorrendo ci sono altri dettagli da mettere quali il pubblico di riferimento (adolescenti, giovani o adulti), lingua e copyright nonché classificazione.

Per ultima cosa, ma non meno importante, la copertina! Si può inserire una copertina già fatta o farne una da zero e vi rimanda a Canva.

Ovviamente la copertina la si può anche mettere in un secondo momento, niente lo vieta. Come si inizia a scrivere salva la bozza, ma pubblica solo se voi date il via cliccando sulla dicitura “pubblica”.

Onestamente non so dirvi se lo strumento è valido o meno, posso solo dire che in base al numero di stelle, dato da chi legge la vostra “opera” può trasformarsi in un film come è successo ad Erin Doom. Chi lo sa? Magari potete accontentarvi di partecipare ad uno dei contest dove si rischia di vincere 1500€ per la propria scuola, e non è poco, o magari potreste partecipare, vincere e vedere la vostra opera su Netflix, sognare è gratis.

Che decidiate di usarlo come strumento didattico o meno, ovviamente tenendo presente sempre tutte le dovute precauzioni per non violare la privacy dei vostri alunni, ritengo possa essere un interessante strumento anche per capire i gusti del pubblico, dei grandi numeri, e magari leggere qualcosa che altrimenti non leggereste perché non volete comprarlo ma ne siete incuriositi.

Come sempre non è lo strumento il male (o il bene) ma è l’uso che se ne fa a determinarne la positività o negatività. E voi lo userete? Se si, come?

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, TV e Cinema per voi, vita privata di una maestra

Una Piccola renna

Oggi non vi parlo di scuola, anche se in effetti è un argomento che andrebbe affrontato nelle secondarie, ma di una serie tv che mi ha colpita molto.

Cercando castori e capibara su instagram mi capita di incappare in questa scena:

Oramai ero presa, catturata, caduta nella rete e dovevo vederlo e scoprire cosa aveva portato quell’uomo lì e chi era la stalker. A differenza di alcuni io non mi faccio problemi a pensare ad una certa parità di genere anche nello stalking, ci sono uomini ma possono esserci anche donne stalker. Curiosando in rete ho scoperto che gli atti persecutori in Italia da Gennaio a Settembre sono stati 12491 contro i 14326 dello scorso anno, di questi il 74% delle vittime sono donne. C’è da considerare che nel numero gli stalker possono essere sia ex sia estranei ma non è di stalking sulle donne che parlo oggi perché donna o uomo che sia lo stalking è comunque una violenza e questa serie ci fa entrare nelle menti dei due protagonisti, stalker e vittima, mostrandoci le sfumature che a volte portano a intorbidire le acque e non avere più le idee molto chiare.

Se siete di quelli che vedono bianco o nero, che pensano “Ma denuncia e basta, è chiaro”…lasciate perdere e non guardatela nemmeno perché non imparereste nulla e sarebbe solo tempo perso.

Baby Reindeer, disponibile su Netflix, è la storia di un uomo giunto a Londra con la speranza di diventare un comico famoso ma finisce a fare il barista in un pub dopo essersi scontrato contro le difficoltà ed aver sbattuto la faccia contro la consapevolezza di uno scarso talento. Entra una donna in questo pub ed è triste, abbattuta, sola…non ha soldi e così lui le fa una gentilezza per quel sentimento di compassione che ci porta a voler aiutare magari perché in fondo proviamo qualcosa di simile e vorremmo lo facessero con noi. Da lì inizia l’incubo ma non inizia subito, è tutto graduale, così sfumato che all’inizio non pensa nemmeno lui allo stalking.

Lo spettatore scoprirà che le cose non stanno sempre come le vediamo e che ci sono così tante sfumature che a volte ci ritroviamo in certe situazioni per nasconderne altre di cui ci vergogniamo, anche se non abbiamo motivo di provare questo sentimento.

Cosa colpisce?

  • Che la vittima è un uomo, e questo spesso entra in collisione con le nostre percezioni di una realtà sociale che include anche gli uomini tra le vittime, anche se in misura minore.
  • Che l’evolversi degli eventi e l’io narrante ci trascinano nella visione soggettiva del protagonista profondamente diviso tra vissuto e traumi che si porta dietro, tra sogni e realtà, comunque empatico al punto che vuole comprendere a fondo la stalker perché ha capito che c’è di più…che è un’anima spezzata anche lei nonostante si sia evoluta diversamente.
  • Che è una storia vera e dobbiamo pertanto trattarla col rispetto dovuto per ogni vita.
  • Che devi fare un bello sforzo di empatia perché, con orrore, ti trovi a vedere nelle persone che circondano il protagonista i tuoi stessi atteggiamenti (su questo dobbiamo davvero riflettere)
  • Che è più facile giudicare che comprendere e questa serie te lo sbatte in faccia senza mezze misure.

Non posso dir oltre altrimenti spoilererei e non è da me, ma quello che invece mi ha spinta a scrivere è quello che è capitato dopo. Ho già detto che è una storia vera ed è scritta dalla vittima e ammetto che sarei curiosa di vedere la versione della stalker per capire cosa ha vissuto, pensato, cosa l’ha portata a comportarsi così. Quello che non ho detto, e l’ho scoperto dopo grazie a Matteo Flora nel suo “Ciao Internet” è che dopo si è scatenato l’inferno per la stalker.

Ci sono persone che sono riuscite a rintracciare la vera stalker ed ha cominciato a lanciarle messaggi di odio e morte. Non difendo la stalker, trovo questo reato odioso come tanti altri riguardanti la persona perché condiziona la vita psichica al punto che…meglio vedere la serie per capire, ma rimane il fatto che il popolo di Internet al solito mostra il peggio di sé e, come sempre, mostra di non aver capito nulla della serie.

Puntata di Ciao Internet di Matteo Flora

Matteo Flora sostiene che forse avrebbero dovuto pensarci prima di mettere alcuni dettagli che comunque avrebbero potuto scatenare e ricondurre a lei, ma in tutta onestà, e non me ne voglia, penso che qualsiasi cosa tu provi a fare ci saranno sempre gli incattiviti che si sentiranno in “dovere” (?) di fare i giustizieri da dietro i loro schermi, al sicuro nel loro anonimato, trasformando il carnefice in vittima e finendo col dimostrare, come sempre, che non tutti sono in grado di comprendere davvero la complessità di un prodotto che ci vuole solo mostrare come sono o diventano complesse certe dinamiche e che nella narrazione vanno colte tutte le sfumature. Questo purtroppo richiede un’attenzione che non tutti hanno quando guardano un prodotto televisivo. Evitare di mettere troppi indizi? Non penso sarebbe servito più di tanto, forse sarebbe stato opportuno evitare di scrivere che è una storia vera…ma avrebbero detto che era esagerazione e bollata come inverosimile. Non farla proprio? Peggio che mai, abbiamo bisogno di prodotti che ci proiettino nella vita e nelle menti di queste persone per comprenderne meglio le dinamiche, serve a sensibilizzarci (anche se è impossibile sensibilizzare chi non lo vuole o chi non esce dalla comfort zone della dicotomia giusto/sbagliato). Magari il vero protagonista poteva evitare di interpretare se stesso nella serie…forse si potevano evitare tanti errori che ora mi sfuggono ma sono dell’idea che il popolo di internet, specialmente i fan più patologici, trovano sempre e comunque di superare ogni difficoltà pur di trovare qualche contenitore del loro odio e, comunque, del senno di poi son piene le fosse. Possiamo utilizzare questo come spunto di riflessione non solo sull’argomento della serie ma anche e soprattutto sulla percezione della realtà, sulle forme di persecuzione che l’anonimato illusorio che ci offre la rete incoraggia, su atteggiamenti in cui rischiamo quotidianamente di cadere anche con un giudizio superficiale e calato come una ghigliottina sulle vite altrui. Possiamo tante cose, perché ogni episodio, che sia finzione o realtà, ci offre spunti.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, letture...digitali, strumenti per docenti

Più di un libro…meno di un tablet

Chi mi segue e mi conosce dal vivo, sa che oramai preferisco il libro digitale al cartaceo. Non disdegno la carta, ma non sono una sniffatrice di libri quindi dell’odore non mi importa un fico secco e trovo più comodo uno swipe col dito che sfogliare, specialmente quando sto camminando o facendo il criceto sull’ellittica. Ulteriore indiscusso vantaggio del digitale è che puoi leggere in qualsiasi condizione di luce, e quando viaggi in treno su lunghe percorrenze o quando ti svegli di notte e non riesci a riprender sonno, ma non vuoi svegliare nessuno o vuoi goderti l’oscurità, fa la differenza. Ultimo vantaggio, ma non ultimo, è il prezzo dei libri. In digitale li trovi a volte al 50% in meno rispetto al prezzo di copertina…insomma credo che i vantaggi valgano il doversi ricordare di ricaricare l’e-reader ogni tanto.

Fatta questa doverosa premessa, oggi vi presento una new entry nel mio piccolo mondo e nella mia casa, nuovo, ma nemmeno troppo, prodotto di casa Kobo che ti permette di scrivere come sulla carta: Kobo Elipsa 2E.

Ammetto che come new entry è poco new visto che l’ho preso per il mio compleanno lo scorso anno, ma ascoltando il fanciullino che è in me ho rimandato la recensione con il pensiero magico del “dopo lo faccio” che contiene la vana speranza che l’articolo si scriva da solo (illusa), per poi ricordarmi quanto sotto sotto mi piaccia scrivere.

Il vantaggio dello scrivere la recensione dopo mesi è che ho potuto testare il prodotto su un tempo più lungo e quindi è scemato l’entusiasmo dei primi giorni che mi impedisce di essere oggettiva.

A distanza di sei mesi di uso continuo posso dirvi a pieno titolo che…è fantastico!

  1. Ricordate che nasce come e-reader e tale rimane, legge molti formati ed è molto agile, la memoria non è espandibile ma ne ha tanta di suo e vi sta una biblioteca dentro.
  2. Ha il collegamento con il negozio kobo e feltrinelli (ma anche libraccio, ibs…). Se non vi piacciono si può anche evitare, mica siete obbligati a comprare lì.
  3. Vi permette di leggere gli e-book presi dal circuito biblioteche, anche se su quello dovrebbero studiare un sistema meno macchinoso dell’uso di Adobe Digital Edition che ti costringe all’uso di un pc.
  4. Adattamento alla luce ambientale automatico se impostato, questo permette di non sforzare la vista.
  5. Evidenziazione e dizionario integrato.

Ma veniamo alla novità che rende questo prodotto perdonabilissimo riguardo le dimensioni, decisamente superiori al classico e-reader, quindi decisamente non tascabile: la possibilità di scrivere appunti direttamente sul file.

Mentre studiavo per il master ho sfruttato appieno questa funzionalità e non è da poco credetemi. Si può prendere appunti su qualsiasi file pdf o altri formati ma non solo, puoi anche creare il tuo blocco per gli appunti, scrivere, fare tabelle a mano libera e non, disegnare e poi esportare su pc o su un cloud (drive e dropbox).

Ho usato i blocchi appunti sia per studio che per annotarmi impressioni e informazioni durante i collegi docenti, assemblee varie, organizzazione di impegni istituzionali o studio per impostare i lavori sui quaderni dei miei alunni data la possibilità di mettere lo sfondo a quadretti o a righe.

Unica pecca finora trovata è che la penna va caricata di tanto in tanto, anche se la carica è veloce e la si può usare mentre la si sta caricando.

Se vogliamo un’altra pecca sono le dimensioni: in effetti è grande quanto un tablet e questo può essere un bel difetto per chi cerca un prodotto tascabile. Per me non è un problema usando borse di medie dimensioni, ma per altri può risultare scomodo.

Come strumento di studio e di lettura è decisamente utile ed oramai non me ne separo più, ma come sempre quel che vale per me non vale necessariamente per tutti gli altri quindi, spero di esservi stata utile e, in caso contrario, spero di presentarvi in futuro altri prodotti più congeniali alle vostre esigenze.

Al prossimo articolo, la vostra

Maestra Imperfetta

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INVALSI

Come ogni anno arriva per tutti l’INVALSI e, come ogni anno, mi ritrovo a sentirmi dire “ma alla fine l’Invalsi serve a giudicare il docente”. Non serve spiegare, provare a far capire che sono leggende metropolitane, che le indagini statistiche offrono una fotografia che serve a far riflettere sulle criticità al fine di migliorare etc etc etc…come per i fantomatici 3 mesi di ferie, mi sento dire la frase fatidica.

Come sempre accade, conoscere la storia forse può aiutarci a comprendere dei test così controversi. Occorre partire dall’oramai lontano 1994 quando emanarono il Dlgs 297 “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione” dove per la prima volta si introduce il tema della “Valutazione del sistema scolastico”. L’art 603 del Dlgs 297 affidava all’allora Ministro della Pubblica Istruzione l’individuazione di metodi di rilevamento dei processi e risultati del servizio scolastico. Ma come sempre il Ministro, e lo Stato in generale, non può far tutto da solo, pertanto si è dovuto avvalere del Centro Europeo dell’Educazione (CEDE) e della Biblioteca di Documentazione Pedagogica (BDP, futuro INDIRE), di istituto regionali di ricerca, sperimentazione e aggiornamento.

Ora dovete sapere che il CEDE è il futuro INVALSI, ma la storia continua. Hanno stabilito che il Sistema scolastico andasse valutato, hanno stabilito di chi avvalersi come collaboratori, ma i tempi? Ed ecco che nel 1997 con il DPR275 si stabilisce un Regolamento sull’autonomia scolastica che in materia di valutazione e qualità del sistema si limita a prevedere che il Ministero della Pubblica Istruzione fissi metodi e scadenze per valutazioni periodiche per la verifica del raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e standard di qualità del servizio. Comincia a suonarvi qualche campanello? Si, vero?

Arriva la Moratti che, piaccia o non piaccia, con la L.53/03 che, rispettando le tradizioni italiane, delega al Governo la definizione delle norme sull’istruzione, tra cui, art 3, la valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo di istruzione e di formazione. Tra i principi ed i criteri direttivi del futuro decreto attuativo ci sono la valutazione periodica e annuale degli apprendimenti e del comportamento e…rullo di tamburi…le verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative, per le quali ci si avvale della collaborazione dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione (altro che campanelli, qui son concerti di campane che nemmeno a Notre Dames).

A dare attuazione alla Legge Moratti è il Dlgs 286/04 che istituisce il “Servizio Nazionale di valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, nonché il riordino dell’omonimo istituto”.

Obiettivo: valutare l’efficienza e l’efficacia del Sistema educativo di istruzione e formazione inquadrando la valutazione nel contesto internazionale.

Collaboratori: Istituto Nazionale di Valutazione (riordinato e denominato INVALSI) e le istituzioni scolastiche e formative,

Valutare il sistema non è valutare il singolo ma l’insieme…giusto o sbagliato che sia l’intento non è poi così deplorevole se ci consideriamo inseriti in un più ampio contesto quale quello europeo.

Prima di arrivare ai nostri beneamati (o beneodiati) test, ci sono stati i Progetti Pilota, VSQ(Sviluppo della Qualità delle Scuole), Valorizza e VALeS, un po’ come le sperimentazioni dei farmaci o dei vaccini. A collaborare erano i sempre presenti INVALSI e INDIRE.

  • Progetti PILOTA avevano lo scopo di verificare l’applicabilità tecnica ed economica del modello proposto dal Sistema Educativo Nazionale.
  • VSQ valorizzazione del merito delle scuole con erogazione di premi e azioni di supporto alle scuole, analisi del contesto scolastico attraverso i risultati degli apprendimenti e calcolo del valore aggiunto analizzato da INVALSI, processi di miglioramento progettati dalle scuole supportati da INDIRE.
  • VALORIZZA era una sperimentazione tesa a indivudare e premiare gli insegnanti che si erano distinti per un generale e comprovato apprezzamento professionale nella scuola (metodi: autovalutazione professionale, apprezzamento nella scuola e apprezzamento dell’utenza…una fregatura insomma).
  • VALES (Valutazione e Sviluppo scuola). Furono coinvolte nel 2012 ben 288 istituzioni scolastiche su 800 che avevano fatto domanda. La parte valutativa è stata affidata a INVALSI e il supporto al miglioramento all’INDIRE. Il processo comincia con Autovalutazione della scuola attraverso un Rapporto di Autovalutazione (RAV) che prevede il coinvolgimento delle componenti la comunità scolastica e prende il via dai risultati delle rilevazioni INVALSI. Obiettivo di questa azione è stimolare le scuole a costruire percorsi valutativi attraverso procedure, protocolli e rapporti mentre l’INDIRE ha aiutato e supportato le scuole nella pianificazione. Andavano analizzati i documenti della scuola e verificata la coerenza tra quanto dichiarato dalla scuola e l’effettivo agito, analisi delle politiche scolastiche e funzionamento.

Se per il momento tutto ciò vi ha fatto sentire più campane che una chiesa durante il matrimonio di qualche reale, se avete pazienza, arriviamo al DPR 80/13 che, per allinearsi agli altri paesi europei sul versante della valutazione dei sistemi formativi pubblici, regolamenta il SNV (Sistema Nazionale di Valutazione). Il nostro SNV valuta l’efficienza e l’efficacia del sistema educativo di istruzione e formazione per migliorare la qualità dell’offerta formativa e poggia su:

  • INVALSI
  • INDIRE
  • Contingente Ispettivo
  • Istituzioni scolastiche

Ho volutamente sottolineato le istituzioni scolastiche perché, nonostante la percezione non sia proprio questa, le scuole sono una delle colonne del Sistema Nazionale di Valutazione, anche perché non c’è generale senza soldati e alla fine il grosso del lavoro lo si fa in trincea.

INVALSI assume il coordinamento funzionale del sistema di valutazione, è un ente di ricerca con personalità giuridica di diritto pubblico soggetto alla vigilanza del Ministero della Pubblica Istruzione e, oltre ai nostri ben conosciuti test…

  • assicura il coordinamento funzionale del SNV
  • propone protocolli di valutazione e programma visite alle scuole
  • definisce indicatori di efficienza ed efficacia
  • definisce gli indicatori per la valutazione dei Dirigenti scolastici (si, avete letto bene, anche loro sono soggetti a valutazione)
  • cura la selezione e formazione degli esperti dei nuclei per la valutazione esterna
  • redige relazioni per il Ministro e rapporti sul sistema scolastico e formativo per una comparazione su base internazionale
  • partecipa ad indagini internazionali

Questa ovviamente è solo storia, allo stato attuale ogni anno, tra Aprile e Maggio, si svolgono i test INVALSI e tutte le informazioni circa le prove, come hanno origine, cosa misurano o anche solo per cimentarvi e provare voi stessi, le si trovano su INVALSI OPEN, sito ufficiale che offre tutte le informazioni necessarie per addentrarsi in questo argomento piuttosto ostico ma, credetemi, decisamente interessante se si guarda oltre il pregiudizio.

Se dopo tutto questo merdaviglioso escursus storico siete ancora qui a leggermi vi ringrazio, e vi ammiro per la pazienza, perché mi sarei già stancata parecchie righe fa. Lo scopo di questo articolo non è e non è mai stato farvi cambiare idea su questo strumento, questo non lo farei mai, ma offrirvi una prospettiva differente attraverso la storia e la ratio con cui è stato concepito e si è sviluppato. Come tutti gli strumenti umani non è perfetto e non ha la pretesa di esserlo; è perfettibile e sicuramente subirà evoluzioni ma per questo dovremo attendere e guardare. Nel mentre consiglio di farci un minimo di cultura sulla lettura delle statistiche per comprendere meglio anche i risultati delle rispettive scuole invitando ad evitare populismi e sentenze che vanificherebbero ogni sforzo di miglioramento da parte delle istituzioni (e li fanno questi sforzi).

Per oggi è tutto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

INVALSI…QUESTE SCONOSCIUTE

Oggi vi parlo di INVALSI, i test nazionali che hanno scatenato più polemiche della prima minigonna degli anni ’60, su cui ancora adesso ci si divide in due principali fazioni: guelfi e ghibellini, sostenitori e detrattori del crocifisso a scuola (ma ne parlerò in altro momento).

Insomma, in questo articolo non vi starò a fare il pizzardone sull’INVALSI né in un senso né in un altro, ma vi racconto la mia personale esperienza da docente che ha provato a fare Funzione Strumentale per la Valutazione in un anno in cui tutti han fatto un grazioso passo indietro dinnanzi alla richiesta e si è ritrovata ad organizzarla sia per le primarie che…rullo doveroso di tamburi…le secondarie di primo grado (medie per gli amici).

A conclusione di una settimana in cui sono stata presente tutti e tre i giorni di somministrazioni ad insalate miste di tredicenni, la mia reazione è stata crollare sul divano per un sonno comatoso di un’ora e mandare a quel paese ogni proposito di ginnastica pur consapevole della brioche al caramello e della torta al cocco della suocera ingurgitate per darmi forza. Ne sono uscita con la consapevolezza che amo starmene alle primarie, ma apprezzo molto di più il difficile lavoro dei professori.

Il primo giorno di somministrazione ho invidiato la pazienza dei professori. Immaginavo che ce ne volesse tanta, ma non così tanta. Rispondono e non temono, negano l’evidenza se li richiami all’ordine e ti guardano come se la pazza fossi tu. Insomma, ne esci che ti domandi “ma ero così anche io?” e capisci la severità di certi prof che hai incontrato.

Il secondo giorno di somministrazione, la stima per i prof non è mutata, ma ho imparato a conoscere meglio questi ragazzetti che tutto sommato, nel loro far casotto, scherzare, rispondere, riflettono una voglia di vivere e di ridere che è contagiosa. Ho cominciato a scherzare nei limiti del ruolo e, cosa molto interessante, hanno risposto e sono stati più “obbedienti”…certo nei limiti concessi dai loro ormoni in subbuglio.

Il terzo giorno di somministrazione la stima per i prof oramai è consolidata. I tredicenni più chiassosi sono quelli che paradossalmente ho finito per apprezzare maggiormente perché nel loro rispondere non erano sciocchi, erano curiosi, facevano osservazioni intelligenti. Io ricordo i miei compagni delle medie ed erano veramente sciocchi nel loro modo di scherzare, facendo dei versi inutilmente, questi almeno andavano di battute da stand up comedy. I ritmi comici venivano scanditi dal botta e risposta, dalle risposte mie e dei prof spesso imprevedibili e spiazzanti per loro.

Mi hanno colpita molto tre ragazzini in particolare perché, oltre a mostrare un pensiero divergente ed una certa capacità informatica, hanno chiesto che cosa sarebbe successo poi con le risposte di questi test. Non gli interessava la valutazione, ma l’elaborazione e la restituzione dei dati, la privacy etc.

Fermo restando che queste informazioni gli sono state fornite cercando di essere stringata ma esaustiva e non troppo tecnica, mi ha davvero colpita l’interesse mostrato per l’analisi statistica dei dati e le prestazioni. Facevano domande e ascoltavano con attenzione e questo mi ha restituito una speranza per il futuro che temevo persa ma, al contempo, mi ha fatto riflettere.

Spesso ci fermiamo alla loro superficie e questo ce li fa apparire in effetti insopportabili, tuttavia se si guarda oltre, se si scava, se si riesce ad entrare in contatto con la loro curiosità si apre un mondo di confronto costruttivo per entrambi. Il problema rimane sempre il tempo!

In una classe dove devi guardare ai contenuti, allo sviluppo delle loro conoscenze, al superamento delle difficoltà combattendo contro la loro invettiva nel causare i peggiori problemi con l’incoscienza tipica della loro età, non si riesce facilmente a stabilire quel contatto.

Il mio plauso sincero e la mia ammirazione vanno ai professori con cui mi sono confrontata, persone umane, comprensive, sinceramente preoccupate più dei ragazzi con i rispettivi problemi che dello stipendio (senza che l’insegnamento sia necessariamente una vocazione). Ho incontrato professionisti veri, capaci di riflettere, mettersi in discussione e dialogare con altri ordini nell’idea di una comunità educante che spesso, vuoi per burn out, vuoi per resistenze individuali di altri colleghi di ogni ordine e grado, rimane utopia nonostante gli sforzi da parte anche del Dirigente.

Io forse vivo nel mio mondo di teneri orsetti e candidi pulcini, forse vedo sempre il lato positivo, sicuramente devo imparare ancora molto ma questi tre giorni di prove invalsi CBT mi hanno restituito un’esperienza che porterò nel cuore e qualche idea di collaborazione con i professori che porterò avanti con la caparbietà da castoro che mi contraddistingue.

In tutto questo stavo dimenticando di dire una cosa: i test computer based sono comodi…fin quando non ti si pianta un pc o qualche docente decide di usare la rete della scuola rallentando tutto!

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Lo sforzo adattativo

Qualche giorno fa Facebook mi ha riproposto la foto del mio, buonanima, cane delle praterie: Bis. Era una creatura per me appartenente, come tutti gli animali, ad un altro mondo: era talmente umano che sembrava gli mancasse solo la parola.

Bis era un cane delle praterie, scoiattolo di terra, cynomio etc etc. Prima che qualche animalaro insorga…no, non era libero e poi catturato ma è nato e cresciuto in cattività ed era così abituato all’uomo da non volerne sapere di stare su un prato se non c’eravamo anche noi. Bis era affettuoso, socievole e desiderava il contatto umano ma, cosa molto interessante, aveva imparato a farsi capire.

Non è facile da spiegare, se non hai mai avuto animali credo sia impossibile, ma quando prendi un qualsiasi animale domestico, sia esotico che non, impari a capirne il linguaggio (niente battute per cortesia, non si parla di capire cosa abbaia o miagola). Arrivi a comprendere che lo squittio in un certo modo indica dolore, un altro modo indica “voglio attenzioni, prendetemi”, e un altro modo ancora ti dice “si ok ti ho sentito, ora sono tranquillo”. Impari che quando fa caos in un modo vuole essere preso in braccio e starti addosso, se lo fa in un altro magari richiama la tua attenzione sulla mancanza di cibo. Ma sei tu che impari o è l’animale che si adatta in qualche modo per farti comprendere le sue esigenze? Pavlov fece l’esperimento sul cane, ma ricordo un meme simpatico in cui il cane spiegava al gatto che aveva addestrato l’umano a dargli da mangiare ogni volta che premeva un pulsante.

Insomma lo sforzo adattativo è il tema della mia riflessione di questi giorni. E se fossimo convinti di adattarci ai nostri alunni…ma in realtà chiediamo o, peggio ancora, diamo per scontato che lo sforzo sia unilaterale? E se, sommersi nel quotidiano fatto di lezioni, compiti da correggere, esercizi da far fare, aggiornamenti professionali e altro, perdessimo di vista ciò che realmente conta?

La domanda forse potrebbe essere: ma noi sappiamo farci davvero capire?

Me lo sono chiesta quando, dopo aver tentato di spiegare 10 volte la medesima cosa vedo sempre gli stessi errori! E se fossi convinta di aver spiegato in dieci maniere differenti ma in realtà ho solo ripetuto dieci volte la medesima cosa?

Noi docenti usiamo tantissimo le parole, se ci pensate bene le parole sono il nostro strumento più della LIM, del cartellone o altro. Noi usiamo quotidianamente questo strumento senza comprenderne davvero la potenza e l’efficacia. Sia chiaro, non voglio fare lezione a nessuno in merito.

Nell’uso della parola noi ci creiamo un canale, non una chat. In questo canale noi comunichiamo agli altri ma quanto realmente ascoltiamo? Ed ecco che i nostri alunni si adattano al nostro stile comunicativo, anche se noi spesso rifiutiamo di adattarci al loro, vuoi forse per un pregiudizio nei confronti dell’infanzia secondo il quale si pretende da loro la comprensione di cose che noi per primi abbiamo appreso sbagliando.

Perché è un bambino! Ci aspettiamo che i bambini debbano abituarsi a noi, che debbano farsi capire ma fatichiamo a cercare di capirli (e non parlo delle battute che si fanno tra maestre). L’educazione passa anche attraverso la comunicazione verbale e non verbale. Non sono contraria al rimprovero se sbaglia in un comportamento, così come non sono contraria alla punizione se tale comportamento deprecabile passa il limite della civile convivenza, ma dobbiamo ricordare, e mi ci metto pure io a doverlo fare, che i bambini non sanno sempre esprimere con chiarezza i loro sentimenti perché non sanno nemmeno individuarli, classificarli e/o comprenderli. In questo lo sforzo adattivo deve essere nostro, non loro. Cosa dirgli? Non lo so! Non ho la risposta, ho solo tante domande e in questa vita si procede per tentativi ed errori, ma quello che dico loro di solito è che sono stata bambina anche io e so che a volte è difficile capire o dire perché si è arrabbiati o tristi o altro, lo è anche per noi adulti, quindi quando e se vogliono sanno che ci sono.

Basta questo? Non lo so! Fino ad ora questo atteggiamento mi ha sempre mostrato risultati positivi sul lungo periodo, ma in fondo anche loro devono imparare a fidarsi, così come gli animali, devi conquistare la fiducia e non devi mai darla per scontata.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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IO SONO BELLAQ

No, non sono impazzita e non ho mentito sul mio nome, e nemmeno sono convertita o altro. Oggi vi parlo di un libro, sempre per bambini, che affronta due temi molto delicati ma sempre attualissimi (praticamente dei sempreverdi): il terrorismo e i pregiudizi.

Il libro si intitola appunto “Io sono BellaQ”

Un bambino di 9 anni, musulmano, viene prelevato a scuola da una squadra in mimetica arrivata in elicottero per portarlo ad essere interrogato quale responsabile di un attacco terroristico…di cui stava parlando in classe con la maestra.

Il libro affronta tutta la procedura di interrogatori con delicata ironia, un linguaggio che arriva ai bambini ed un’innocenza tale che mi ha fatto vergognare di essere adulta. Tra poliziotti buoni e poliziotti cattivi (ma perché qualcuno rimane troppo rigidamente ancorato alla procedura), il bambino vive una giornata in cui in effetti capisce ben poco, ma alla fine potrà riabbracciare i genitori e si scoprirà il motivo di tutta questa confusione.

Pregio principale del libro è un linguaggio molto vicino ai bambini, dialoghi che ho anche sentito da loro, vita scolastica assolutamente normale e un imprevisto affrontato in maniera ironica ma che lascia comunque il segno e non minimizza l’argomento.

Utile secondo me nelle nostre scuole dove purtroppo non siamo ancora completamente tolleranti e perfettamente integrati e, di tanto in tanto, purtroppo si percepisce e si sente uno strisciante e subdolo adeguamento, che nulla ha a che vedere con la reale integrazione.

Sono molto critica, ne sono consapevole, ma purtroppo ho sentito qualche uscita “infelice” da parte di adulti. Dai bambini posso anche aspettarmelo lo scivolone, sono frutto dell’ambiente in cui crescono e stanno imparando, ma dagli adulti no!

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

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L’ultima pecora

In questi giorni sto leggendo libri per bambini! Alcuni diranno “Che rottura”, altri “Ma dai che carino” e forse altri ancora “Ma fai prima a guardare tra le recensioni”. Hanno ragione tutti e tre!

Il “Che rottura” posso anche comprenderlo dal momento che da adulto speri sempre in emozioni più mature, diverse, magari libri che ti coinvolgono maggiormente o va a capire (va a gusti alla fine), ma non è da sottovalutare un libro per bambini anche in età adulta…non la solita gabbianella col felino o cipì sia chiaro (senza nulla togliere ai libri ma ci si fossilizza sugli stessi quando c’è un mondo), ma rovistare, curiosare, leggiucchiare può farci scoprire nuove storie anche divertenti, persino per noi che crediamo di averle lette tutte.

Questo è il caso di “L’ultima pecora” di Ulrich Hub

Un gregge di pecore si perde i pastori e si mette alla ricerca di questi in un viaggio in cui ogni pecora dovrà fare i conti con i caratteri diversi delle altre, con le raccomandazioni da sempre impartite dai pastori e con situazioni nuove in cui non sempre le raccomandazioni vanno seguite.

A fare da sfondo è la nascita di Gesù, ma non è un libro religioso e nemmeno dissacrante o blasfemo, è solo un libro che racconta una storia allegra, divertente, che a tratti ti strappa la risatina, ma alla fine ti insegna più di quanto la leggerezza della narrazione lascia intuire.

Vi lascio giusto quanto scritto nell’introduzione…o incipit se vogliamo (non è specificato)

Nemmeno a dirlo è finito subito nella lista dei libri tra cui scegliere per questa estate. Forse sbaglio in questa mia convinzione, ma penso che se un libro è piaciuto a noi adulti, può piacere anche a loro.

Nei prossimi giorni vi scriverò di altri libri comprati e letti, sperando di poter essere entusiasta come questo.

Alla prossima

la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

Leggere leggeri

Quest’anno non voglio dare libri per le vacanze con esercizi che, diciamolo. servono solo a stancare, annoiare e rovinare le vacanze a tutta la famiglia. Ora che sono in quarta la mia scelta è ricaduta su una decisione differente, forte della mia sacrosanta e inviolabile libertà di insegnamento.

Il metodo migliore per assimilare le “regole” della grammatica è vederle applicate ad ogni riga, pagina…libro. Ho deciso, senza troppa originalità lo so, di dare una lista di libri tra cui scegliere la lettura estiva e dovranno farmi una scheda del libro. Fin qui nulla di che, e non è un’idea rivoluzionaria sia chiaro, né mi sogno di spacciarla per tale, ma è un’idea maturata durante l’anno e non consigliatami.

Il modo migliore per invogliarli? All’inizio ho dovuto forzare un po’ la mano e mi è dispiaciuto a dirla tutta, ma ora, a distanza di un paio di mesi e qualche genitore che ha fatto le sue rimostranze perché, orrore degli orrori, li facevo leggere a ricreazione dopo mensa, sono i bambini stessi che mi chiedono e non gli basta più la biblioteca di classe, non riesco nemmeno a riprendere la lezione in tempi brevi perché “aspetta maestra, finisco la pagina” (AIUUUUTO).

Ho annunciato loro che avrei dato una lista di 10 libri tra i quali dovranno scegliere almeno un libro (solo per venire incontro alle finanze esigue di alcune famiglie), anche in affitto dalla biblioteca va bene, ma mi si è posto un altro problema: come scelgo i libri?

Dopo attenta navigazione nei siti di settore, letture di recensioni e critiche, ho selezionato 5 libri recenti e 5 classici.

Ulteriore problema: come posso consigliare un libro che io per prima non ho letto o non leggerei? Andrebbe contro ogni mio principio. Premesso che alcuni libri per l’infanzia onestamente mi fanno decisamente storcere il naso per l’eccessiva semplicità (eccessiva persino per un bambino), ho deciso che mi sarei presa e letta i libri scelti.

Il primo libro letto è “Rapimento in biblioteca” di Margaret Mahy e, proprio mentre mi divertivo a leggerlo con un occhio sul libro e l’altro sui bimbi di seconda durante la ricreazione, mi son ritrovata circondata dai pargoletti che mi han chiesto di leggergliene un po’. Non resisto, lo ammetto, e memore della zia che ci leggeva un capitolo alla volta, mi son messa a leggere un capitolo, ma non più di uno…inutile dirvi che è stato un successone.

Ho finito di leggerlo per conto mio e devo dire che mi ha fatto sorridere il cuore, forse la bambina che è in me, la piccola me rimasta ancora viva e mai dimenticata, ha provato quel piacere della lettura prima di andare a dormire, della storiella divertente che non ti fa piegare dal ridere, ma ti lascia il sorriso. Forse noi adulti dovremmo leggere ogni tanto qualche libro per bambini, per ritrovarci e ritrovare quel divertimento innocente e un po’ della spensieratezza persa.

Forse dovremmo leggere più leggeri.

Dei libri vi parlerò nei prossimi articoli, ma sentitevi liberi/e di consigliare i libri per l’infanzia che vi sono piaciuti ed hanno fatto impazzire i vostri figli/alunni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa

Zum zum zum zum zum…

durante una seduta di arteterapia cui sto partecipando come “cavia” volontaria per un collega che si sta specializzando, mi è stato richiesto di fare qualcosa con il das e poi con il didò. Qualsiasi cosa, sia ben chiaro, purché fosse dare una forma diversa da quella originaria, indipendentemente dal bello o brutto, una forma e nient’altro…il fine era di manipolare, non di ottenere un prodotto esteticamente accettabile.

Ad ogni forma io e i colleghi/cavie dovevamo associare qualche riga scritta, anche solo parole, buttata giù d’istinto, senza pensarci su.

Tralasciando la poesia di una collega (bellina eh) e le belle parole dell’altra…io mi son resa conto che era la giornata in cui il tema principale era il mare.

Rimasta sola quasi tutto il giorno, se si fa eccezione per la mia cagnetta delle praterie che effettivamente è di compagnia, non ho fatto altro che canticchiare canzoni a tema mare:

Gente di mare – Raf e Umberto Tozzi

Il mare d’Inverno – Loredana Bertè

Mare mare – Luca Carboni

Ma per arteterapia, guardando l’azzurro del didò mi è venuta in mente la Grande Onda di Hokusai e quel film del ’91 con surfisti con Keanu Reeves e Patrick Swayze, Point Break, di cui onestamente ricordo più le scene di surf che la trama e infine, facendo un’orrenda onda con un discutibile surfista giallo (quel colore avevo a disposizione) che usciva dal tunnel azzurro, mi è venuto di getto un pezzo della canzone di Baglioni “Io dal mare”

Dal mare venni e amare mi stremò

perché calmare il mare non si può

In realtà sono due parti differenti che ricordavo come pezzo unico.

La prima era

La seconda invece recitava così

Non mi addentro in pensieri ed elucubrazioni che potrebbero essere fuorvianti anche per me stessa, ma mi limito a dire che tra “Questo vento agita anche me” e “Perché calmare il mare non si può”, sono arrivata a riascoltare la canzone “Io dal mare” che non sentivo dalla mia adolescenza quando papà portò a casa il CD di Baglioni “Oltre” e mi son resa conto che talvolta la musica in testa l’abbiamo perché certi ricordi, bellissimi anche se dolorosi, ritornano sotto altre forme ricordandoti ciò che eri forse per apprezzare ciò che sei adesso.

Se poi farò di questo una qualche attività didattica riflettendo sulle parole della canzone non lo so, effettivamente il testo è più apprezzabile da un adulto (e nemmeno tutti gli adulti) che da un bambino ma la potenza della musica è anche nella capacità di aiutarti a scavare dentro di te attraverso le emozioni che evoca.

Ci sono giornate in cui vi gira nella testa lo stesso disco? O magari vi vengono in mente diverse canzoni legate da un tema?

Ed io

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Domande semplici ma un po’ complicate

Siamo così, dolcemente complicate…cantava la Mannoia riferendosi alle donne nella canzone “quello che le donne non dicono”, ed in effetti in parte è inerente alla domanda che mi è capitata oggi su cui rifletto.

Apro WordPress, presa dal solito “ussignur il blog, stavo dimenticando il blog”, nemmeno poi fosse sta gran cosa, ed ecco che mi appare questa domanda…

Ora forse farà ridere, alcuni mi considereranno esagerata, altri forse sciocca, altri penso mi consiglierebbero di cambiare lavoro (come se non avessi bollette da pagare), ma se fino ad un paio di anni fa avrei risposto senza alcun dubbio un bel “si”, oggi non ne sono così certa.

Non dico che non mi piace perché mentirei, ma nemmeno un convintissimo “mi piace” esce spontaneo dalle labbra (o dalle dita visto che sto scrivendo). Sono arrivata alla crisi del settimo anno evidentemente, pensavo fosse solo per le coppie, o forse mi son sentita “sposata” col lavoro senza saperlo? Com’è o come non è, non saprei rispondere davvero con un si o un no.

Ogni lavoro ha aspetti belli e brutti ed i lavori nel pubblico spesso mettono a dura prova nervi e sanità mentale. Di questo ne ero consapevole prima e ne sono consapevole tutt’ora, ma attraversiamo periodi in cui stiamo bene e periodi in cui ci sentiamo stretti nella nostra vita e questo si riflette sul lavoro.

Stranamente non è la pioggia di critiche, battutine e cliché social e giornalistici che accompagnano questo mestiere che mi fa essere così incerta, bensì le sempre crescenti difficoltà nella gestione di bambini che, pur non avendo problemi economici, nel loro essere viziati rendono le cose più complicate. Non è nemmeno colpa dei bambini, sia chiaro, perché in realtà i pargoli sono solo lo specchio dell’educazione genitoriale che ricevono, dell’ambiente in cui crescono.

Nel rispondere quindi faccio una piccola riflessione valida anche per me stessa:

Siamo pagati per fare questo mestiere, per far acquisire competenze, istruire e far comprendere come vivere al di fuori del protetto nucleo familiare. Siamo retribuiti con regolare contratto, copertura assicurativa, diritti e doveri da CCNL etc. Abbiamo studiato per fare questo e, in questo lungo periodo di transizione, c’è chi ha preso una laurea e chi invece ha solo il diploma ma altri corsi di formazione, ma comunque ci aggiorniamo continuamente. Signori, è un mestiere a tutti gli effetti e non siamo tenuti a farci carico delle ansie altrui, se lo facciamo è perché capiamo l’aspetto umano e siamo empatici, non perché sia da contratto.

La nostra religione non è la scuola, non abbiamo la chiamata, non tutti hanno il sogno di insegnare da grandi. Questo non fa di un docente un pessimo insegnante. Ci sono docenti che non pensavano nemmeno di trovarsi ad insegnare un giorno, ma che fanno il loro lavoro con serietà e professionalità e vanno rispettati. Non confondiamo la professionalità con la vocazione grazie, non sempre vanno a braccetto ma vale il discorso di cui sopra.

Se avessi voluto fare lo psicoterapeuta avrei intrapreso una strada differente, e come me molti altri. I doveri contrattuali da docente richiedono ben altro che non fare da contenitore e gestore di ansie altrui, da sportello psicologico dei genitori, da capro espiatorio per i piccoli e grandi errori genitoriali. Noi dobbiamo solo istruire!

Sembra banale ma non lo è. Il docente ha 20 bambini in classe nel migliore dei casi e a volte senza sostegno dove dovrebbe e non riesce sempre a seguire tutti allo stesso modo. Inoltre c’è da comprendere che tanti bambini significa dover stabilire regole, a volte anche severe, chiare e ben delineate che potrebbero non andar giù ai pargoli. In questo caso occorre che la famiglia collabori, altrimenti si complica solo il nostro lavoro e questo va a scapito dell’educazione dei vostri figli che in futuro potrebbero vivere con disagio le naturali regole della civile convivenza.

Detto ciò…se mi piace il mio lavoro? Al momento direi che, pur presentando aspetti complicati e a volte ingestibili, non mi dispiace. Vado a lavorare a volte scocciata, ma torno sempre col sorriso.

E a voi? Piace il vostro lavoro?

La vostra Maestra Imperfetta

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La maestra cinica

Anni fa mi è capitato, durante il lock down, di incappare nei video “educazione cinica”. Nemmeno a dirlo mi han fatto ridere anche più dei famosi sketch di Caccamo, cui non levo il talento umoristico. Cosa mi ha colpita? Che in fondo al cuore, sotto sotto, ho dovuto riconoscere che quelle cose le ho pensate pure io.

Invidio le maestre gentili, premurose, fatine madrine cui mancano solo i capelli di un improponibile colore degno dei manga e il vestitino arcobaleno. Invidio profondamente quelle che continuano imperterrite a dichiarare amore condizionato per i bambini e il loro lavoro. Le invidio perché ci credono davvero e questo è un valore indiscusso e una dote impagabile (ma non essenziale sia chiaro).

Al mio settimo anno di docenza mi ritrovo all’attivo con casi difficili (anche psichiatrici), con famiglie non collaborative, alcuni genitori che nemmeno sanno cosa vogliono quindi se la prendono con te per il solo fatto che passi più tempo di loro con i figli, o perché magari hai conquistato i loro cuori (ma va a capire) e colleghi tra il normale e ragionevole e il subumano. In questo marasma ci mettiamo anche progetti su progetti cui spesso ci tocca aderire anche se non ne abbiamo voglia perché ci leva tempo utile per vera didattica, solo per elemosinare quattro soldi in più ed ecco che il quadro è completato…forse qualche pennellata di difficoltà comunicative e registri elettronici che vanno quando vogliono loro, ma giusto una sfumatura.

Tralascio i commenti della società che ci paragonano a mestieri imparagonabili pretendendo nemmeno so cosa perché onestamente sono solo lo sfondo sfumato degno di un quadro di Munch ed ecco il ritratto del docente secondo me:

Lo so, alcuni forse si sarebbero aspettati il famoso “Urlo”…ma onestamente ritengo più adatta l’ansia…anche se più che ansia direi “resa”.

Insomma in questo marasma di cose che toccano la scuola ma non riguardano le lezioni, mi sento scivolare verso il cinismo. Il mio lavoro continuo a farlo col senso di responsabilità e serietà che mi caratterizzano, ho preso un impegno contrattuale e lo porto a termine. Mi sono pure lanciata in progetti più o meno proficui, alcuni ne vedrò i risultati più avanti, ma mi domando a volte se ho fatto la scelta giusta.

Non me lo domando quando sono con i bambini, questo no, sono simpatici e mi piace la parte didattica, il rapporto diretto con loro così come mi rilassa il rapporto con alcune colleghe, ma quando ti ritrovi a dover gestire paranoie, senso di inadeguatezza, paure, smarrimento e quanto altro dei genitori, una domanda ti attraversa la mente “chi me lo fa fare?”.

Quando leggi di presidi o docenti accoltellati, aggrediti, picchiati, te lo domandi. Quando ti riportano episodi in cui i bambini mostrano una cattiveria “adulta”, chiaramente indice di cose sentite a casa…te lo domandi. Finisci per domandarti se alla fine tutta questa partecipazione dei genitori alla vita scolastica sia un bene se taluni genitori vivono chiaramente in un’idea distorta di questa partecipazione (per fortuna non tutti, lo so, ma concedetemi che ce ne sono). In tutto questo io continuerò a guardare Caccamo e sorridere, amaramente a volte, al suo “Signora la mamma se ho detto di portare il compasso è perché serve, a meno che suo figlio non sia Giotto”…così come continuerò a guardare la Giraud e le sue pillole di educazione cinica e Metis con i suoi Piercarlo. L’ironia, la satira, alla fine ci salveranno sempre, quindi trasformiamo questo cinismo, che forse è sano proprio perché ci spinge al dubbio, in ironia, in battuta, in risata.

La vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Signora la mamma non si offenda, la capisco, ma mica posso tenerle il figlio anche in estate.

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Didattica con Sanremo

Ho seguito Sanremo 2024, come seguo sempre i Sanremo da quando presenta Amadeus…anche solo per testare la mia resistenza.

A voi non importa lo so, eppure si può approfittare proprio per analizzare assieme agli alunni più grandicelli il fenomeno di costume, ascoltarne i gusti, invitarli ad analizzare i testi delle canzoni che piacciono loro e scoprire le canzoni che ha fatto la storia…ma che per età la maggior parte di loro non conoscono, a meno che non abbiano genitori che le han fatte sentire.

Nel mio caso parlo di “Si può dare di più”. I bambini di quarta mi hanno chiesto se avevo guardato Sanremo e, con l’onestà che ritengo loro dovuta, ho risposto affermativamente, anche se non sono riuscita a guardare tutto per intero quindi ho visionato il resto grazie al servizio raiplay.

Per completare ho fatto loro vedere un video sui vincitori di Sanremo dal ’51 fino ai Maneskin e l’orecchio è caduto su “Si può dare di più”. Non sono partita con il solito noioso elmo sull’importanza di fare attenzione al testo ma l’ho fatta ascoltare e poi ho detto “Voi che avete capito?”. Certo, il brainstorming iniziale non è stato incoraggiante ma non demordo, non è nel mio carattere, quindi ho detto col tono da proposta che proposta non è “proviamo a leggere il testo?”.

In realtà sono molto curiosi e reattivi quindi hanno accolto con curiosità questa idea e li ho fatti leggere dal monitor il testo. Per ogni periodo ci fermavamo a riflettere e raccogliere idee su quello che poteva significare fin quando, giunti alla fine, abbiamo riascoltato la canzone.

Non ho aggiunto altro, ma in effetti i bambini han detto “maestra adesso è più bella! Perché?”

“Perché l’avete capita, quindi la potete sentire dentro”

E anche Sanremo in fondo può essere utile, oltre tutte le polemiche.

La vostra

Maestra Imperfetta

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Suicidarsi per un brutto voto…

L’adolescenza è un’età infame, riconosciamolo! Abbiamo attraversato tutti questa età e tutti abbiamo amorazzi, pianti, risate, brutti voti e bei voti, brufoli, complessi a valanga e tante di quelle emozioni che sembra di stare sulle montagne russe, al punto da non riuscire nemmeno a dire quello che si prova e odiare tutto e tutti quando si vorrebbe urlare che li si ama ma si vorrebbe essere solo presi sul serio…ma non troppo altrimenti sai che noia.

Ai tempi, quando ero alle superior, accadde che proprio dopo la maturità, quando l’incubo sembrava finito, mi arrivò una telefonata da una ex compagna di classe che mi disse che una nostra compagna, A.A. si era suicidata. Non era un brutto voto, i motivi erano altri e noi li sapevamo, o almeno li avevamo intuiti, ma non abbiamo fatto o potuto fare nulla perché eravamo disarmati di fronte al suo scherzare e la sua chiusura. Mi è rimasto addosso come una cicatrice e non ho dimenticato perché solo ora, a distanza di oramai trent’anni, mi sembra di capire che per arrivare a questo gesto non c’entra la società, c’entri tu e quel senso di vuoto esistenziale, di non aver più stimoli né interesse per la vita stessa. Il suicidio è un gesto estremo, fatto per molte ragioni, ma se arrivi a suicidarti non è un brutto voto, quella è solo la punta dell’iceberg e ritengo ingenuo e superficiale ridurre tutto a quello e una nota.

Immaginate di accumulare, accumulare, accumulare ancora e non vedete con chi parlare, non volete pesare sugli altri, magari non volete nemmeno mostrare che state soffrendo, o magari ti dicono “ma va, hai tutto, cosa ti lamenti?” o anche “non hai motivo di essere triste, studia piuttosto”. Immaginate di non essere capiti, o non sentirvi capiti, e questo si riflette inevitabilmente sulle vostre “prestazioni” perché faticate a concentrarvi e nulla vi rimane in testa.

Il tempo passa e voi accumulate, accumulate e il vaso si riempie e si riempie ed ecco che arriva l’ultima goccia: il brutto voto e la nota (o uno solo dei due) ed ecco che il vaso trabocca. Quel brutto voto è solo l’innesco, ma non è la ragione.

Di fronte al suicidio di giovani non dobbiamo pontificare, cercare colpevoli nel sistema scolastico o improvvisarci pedagogisti, psicologi etc. Ritengo, da essere umano prima ancora che da maestra e zia, che l’unica cosa da fare è tacere per rispetto, perché non sappiamo tutto il retroscena e non lo sapremo mai, ed è bene così, è una questione privata.

Tuttavia su una cosa sono certa e ferma: non è mai una sola la causa, c’è sempre un insieme di fattori di cui noi vediamo solo una piccolissima parte, vediamo solo, appunto, la superficie, quella piccola parte riportata dai giornali e spesso strumentalizzata senza considerare lo shock dei compagni e del docente stesso che ha assistito.

In tutto questo per fortuna la vicenda in questione non ha il brutto finale che il titolo presuppone, il ragazzo sembra se la sia cavata con qualche frattura e ora chi di dovere farà le opportune e doverose indagini sulle motivazioni che han portato a questo gesto, e sempre fortunatamente in questo caso si può chiedere al diretto interessato, ma rimane la questione di fondo…non conoscendo i retroscena, meglio tacere.

Accendiamo il cuore ma non spegniamo la mente

La vostra

Maestra Imperfetta

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Lezioni dalle canzoni

Molti anni fa ho scoperto Vecchioni, anche se era già famoso, e mi sono innamorata di un altro modo di vedere le cose. Mi ha ricordato che l’arte può comunicare quell’insieme di lezioni di vita che impari solo a furia di incassare i colpi della vita. Due canzoni si sono impresse a fuoco nel mio cuore e nella mente:

  • Stranamore
  • Sogna ragazzo

Quando ho sentito la cover a Sanremo 2024 cantare Vecchioni assieme al ventiquattrenne Alfa, che sembra uno studente in attesa di fare la maturità, ho realizzato l’eredità lasciatami dalla Zia Teresa: il nostro dovere di adulti è preparare le nuove generazioni a ricevere ed arricchire l’eredità fatta di esperienze, fargli vedere che si affronta tutto e tutto sommato si trova il modo di continuare, di vivere, perché non si sa come né perché, ma si sa che ne vale la pena.

Vecchioni che con il gesto finale ad indicare “finisci tu questa canzone”, mi ha ricordato che siamo qui solo per poter lasciare il testimone a loro, e lasciare che continuino o finiscano questa canzone, ma, e questo lo ha mostrato sul palco, ponendoci in ascolto vero, attivo, empatico e non critico e distaccato.

Grazie quindi al Professore e ad Alfa per questa “lezione” di immenso valore

Ricordiamcoi di ascoltarli, perché si esprimono in modo diverso, vero, ma non vuol dire che non possano insegnarci. Forse è proprio questo che rende la vita meritevole di essere vissuta.

La vostra Maestra Imperfetta

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Il valore dell’esperienza

Non starò a spendere parole sul valore dell’esperienza in questo articolo perché non ci credo.

In verità non dico che l’esperienza non abbia un suo valore, ogni esperienza lo ha, basti vedere l’evoluzione di un disegno man mano che ci impegniamo a migliorare, o magari la prestazione in un qualche esercizio in palestra man mano che ci esercitiamo. Nell’insegnamento l’esperienza che valore ha?

In questa giornata in cui mi spendo a preparare lezioni e altre attività, mi sono fermata a pensarci, anche se a dire il vero ci penso da ormai 7 anni, sono lenta nell’elaborazione dei dati evidentemente, o forse solo cauta.

In questi pochi anni di insegnamento ho visto docenti più esperte o semplicemente con maggiore anzianità di me, così come ho conosciuto docenti neofite, ed ho avuto conferma piena e urlata di quello che vado sostenendo da anni: il valore dell’esperienza è un fattore individuale.

Si può insegnare da decenni e non aver imparato nulla, nemmeno a gestire una classe, così come si può insegnare da un anno ed aver imparato come se si fosse in cattedra da 10 e passa anni. La scoperta dell’acqua calda? Certo! Peccato che nella pratica quotidiana la differenza tra chi impara dai propri errori e chi persevera è abissale, e spesso ci si adagia nell’inerzia limitandosi ad un “ma si è ovvio” senza domandarsi “ma io lo faccio davvero?”.

Quello che determina quindi la sostanziale differenza tra chi fa tesoro dell’esperienza e se ne arricchisce e chi non lo fa, è proprio l’apprendere dai propri errori. Anche qui ci sarà sicuramente chi starà bollando queste parole come “cavolate”, capirai, servivo io a far notare l’ovvio, ma domandiamoci con onestà (tranquilli, non dovete dirlo a nessuno) quante volte abbiamo pensato “dove ho sbagliato?” invece di “ecco è colpa di…” e quanto poi abbiamo analizzato i nostri errori ed abbiamo corretto il tiro? Farsi la domanda giusta può trasformare l’errore, umano e in cui possiamo incappare tutti noi, in valore.

Ed ecco che incontri docenti che ti danno una pacca sulla spalla dicendoti “vai serena, sono errori che facciamo tutti” e magari ti danno qualche dritta.

In questi giorni, a fronte di concorsi che fioriscono nel prato del MIM, ecco che leggo nei vari gruppi di preparazione ad essi le solite frasi “eh ma non è giusto che chi ha poca esperienza possa partecipare”. Perché?

L’esperienza calcolata in anni di insegnamento è talmente soggettiva che da sola non misura la bravura di un docente. Un concorso serve solo a misurare le conoscenze e le competenze di base necessarie per accedere a quel mestiere, tutto il resto te lo fai sul campo…come tutti.

Non nasci maestro/a, né nasci professore/essa e nemmeno nasci Dirigente, medico, avvocato, DSGA o amministrativo, ma impariamo tutti sul campo, una volta passato un concorso o una qualche selezione (colloquio, graduatoria o altro). Partendo da questo presupposto, cerchiamo di ricordarcelo anche quando sta per uscirci una critica sul lavorare altrui o una mal parlare alle spalle di chi è appena arrivato, perché noi abbiamo sicuramente fatto cavolate, più o meno grosse, e ci è andata più o meno di lusso, ma abbiamo sbagliato anche noi ed è perfettamente umano.

Quanto vale quindi l’esperienza? Tutto e niente, dipende da quanto siamo disposti ad imparare da essa.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Einstein non avrebbe passato il tirocinio

C’è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere, e me la sono tenuta dentro per anni perché suonava quasi come una bestemmia: Albert Einstein, il genio dei geni, probabilmente sarebbe stato bocciato a un corso di metodologia didattica.
Non lo dico io. Lo dice la storia, con quella sua elegante crudeltà.


Einstein era un genio assoluto. Un uomo che ha riscritto la nostra comprensione dello spazio e del tempo mentre lavorava in un ufficio brevetti. Eppure i suoi studenti — anche i più brillanti — annaspavano. Le sue lezioni erano una selva oscura dove il dantesco nel mezzo del cammin era sostituito da un’equazione incomprensibile scritta sulla lavagna senza preamboli né pietà.
Poi c’è Richard Feynman. Meno mainstream — non ha fatto la foto con la linguaccia, non è diventato un meme — eppure le sue lezioni erano eventi. La gente si sedeva per terra, si appendeva agli stipiti delle porte. Einstein stesso, si racconta, andò ad ascoltarlo e capì, probabilmente per la prima volta, cosa significasse davvero insegnare.


Feynman avrebbe saputo spiegare la meccanica quantistica a un sasso. Non è un’iperbole: è una vocazione.
E allora eccola, la domanda scomoda che mi faccio ogni volta che entro in classe: le competenze bastano?


La risposta, dopo anni di parallelogrammi disegnati a mano libera e bambini convinti che il righello sia uno strumento di tortura medievale, è no. Non bastano. Non bastano nemmeno lontanamente.
Puoi essere il più brillante esperto del tuo campo — fisica teorica, letteratura comparata, o anche solo le tabelline — ma se non riesci a coinvolgere, se non crei un clima in cui sbagliare non è una catastrofe e capire è un piacere, tutte quelle conoscenze restano lì, chiuse in un cassetto di cui nessuno ha la chiave.
Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, e con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni se la cavano con molto meno.


Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni, nella loro ingenuità, le vedevano solo in colonna. E in colonna, tutto sommato, non succede molto: la sottrazione almeno ha il dramma del prestito, quei numeretti piccoli sopra che testimoniano un debito. L’addizione invece va liscia, senza intoppi, senza prestiti, senza storia. Pezzente, ha sentenziato qualcuno in seconda fila, con la serietà di chi ha appena detto una cosa profonda.

E da lì è venuto tutto da solo: la botola che si apre sotto il numeretto nelle moltiplicazioni con due cifre al moltiplicatore (il numero cade, mica può volare), l’ascensore che porta giù il numero nella divisione (non volevamo si facesse male), la virgola che saltella a seconda degli zeri al denominatore come se stesse ballando una tarantella.
Stavano facendo matematica. Ridendo. Costruendo connessioni. Ricordando

Ne ho parlato con il mio compagno, ricercatore di fisica. Lui ascolta i miei racconti con quella curiosità un po’ straniata di chi ha dedicato la vita alla stessa materia e la riconosce a malapena. Mi dice che creo engagement — parola sua, non mia — attraverso la narrazione, che trova genuinamente divertente questa matematica con una sua personalità: i numeri che si prestano, le operazioni che saltano, le figure geometriche che fanno famiglia. Una volta mi ha detto: “Per questo mi piace sentire come altri insegnano la mia stessa materia. È sempre interessante.”


Quella frase mi ha colpita. Non perché venga dal mio compagno — che è affettuoso quanto basta e critico quanto serve, forse anche di più — ma perché viene da uno specialista. Da qualcuno che della matematica conosce gli strati più profondi e che tuttavia si ferma, incuriosito, davanti a un approccio che deve fare i conti con lo stadio di sviluppo cognitivo di un bambino di sette anni e con la priorità assoluta di non far venire paura. Due vincoli che la ricerca pura non si pone mai.


Ecco il punto: la narrazione non è un orpello pedagogico da esibire ai colloqui con i genitori. È il meccanismo con cui il cervello umano — di qualsiasi età — fissa le cose. Lo sapevano i Greci con i miti, lo sapeva Esopo con le favole, lo sapeva Feynman con i suoi esempi assurdi e meravigliosi.
Einstein era un genio. Ma Feynman sapeva insegnare.

Io non sono né l’uno né l’altro. Sono una maestra che ci prova. Con una cassetta degli attrezzi composta da una narrativa rattoppata, un repertorio di metafore discutibili e la vaga sensazione, alla fine di ogni lezione, di aver imparato molto più di quanto abbia insegnato.

Al prossimo articolo

la vostra

Maestra Imperfetta